Le parole di Grace

Spazio letterario a cura di Giovanni Ibello

Nel grembo della cancellazione

Verrà la vergine dei falò
verrà la vergine
dai seni ulcerati
un altrove di baci al kerosene
un altrove di urine
e diademi.
Ma noi
dimenticati relitti
ci amiamo nel buio degli hangar
e ripetiamo giaculatorie
dinanzi a un dio demente
che scalcia
nel grembo
della cancellazione.

 

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Paul Muldoon, due poesie tradotte da Giovanni Ibello per il blog di poesia della Rai

Da “7, Middagh Street

Dai sogni hanno origine le responsabilità;
fu a causa di una simile allegoria
che Lorca
venne crivellato di colpi

fino a giacere faccia a terra
nell’ombra cangiante del suo stesso sangue.
Quando i soldati ubriachi del Romancero
fecero per tornare in città

lo sentirono mormorare nella nebbia,
“Quando muoio lasciate aperte le finestre”
perché la poesia può rendere possibili le cose –
non solo può ma deve –

e questa stessa finzione
è in sé un gesto politico.

*

In dreams begin responsabilities;
it was on account of just such an allegory
that Lorca
was riddled with bullets
and lay mouth-down
in the fickle shadow of his own blood.
As the drunken soldiers of the Gispy Ballads
started back to town
they heard him calling thorough the mist,
‘When I die leave the balcony shutters open’
For poetry can make things happens –
not only can, but must –
and the very painting of that oyster
is in itself a political gesture.

Da “New weather

Come gran parte del vento
si ripete in presenza di alberi,
così gran parte del mondo si fonda
su noi stessi.
Spesso, dove il vento ha chiamato
a raccolta gli alberi
un albero ne avrà
un altro in consegna e lo terrà stretto.
I loro rami, che si stanno sfregando
nella stessa follia,
non danno un vero fuoco.
Si stanno spaccando a vicenda.
Spesso penso che dovrei essere come
l’albero solitario, non andare altrove
perché il mio braccio non vorrebbe né potrebbe
romperne un altro. Eppure, con le mie ossa spaccate
posso sentire quando il tempo sta per cambiare.

*

In the way that the most of the wind
happens where there are trees,
most of the world is centred
about ourselves.
Often where the wind has gathered
the trees together
one tree will take
another in her arms and hold.
Their branches that are grinding
Mmdly together,
is no real fire.
They are breaking each other.
Often I think I should be like
the single tree, going nowhere,
since my own arm could not and would not
break the other. Yet by my broken bones
I tell new weather.

Traduzioni di Giovanni Ibello

Paul Muldoon è nato nel 1951 a , nella contea di Armagh (Irlanda del Nord). La sua prima raccolta di poesie, New Weather, è stata pubblicata nel 1973, quando era ancora uno studente universitario. Ha lavorato per la BBC a Belfast fino al 1986, dopodiché ha assecondato la sua vocazione all’insegnamento. Le sue raccolte di poesie includono, tra le altre, opere uniformemente apprezzate dalla critica come Why Brownlee Left (1980), Quoof (1983) e Madoc: a Mystery (1990), che vinse il prestigioso Memorial Geoffrey Faber. Ha inoltre pubblicato in poesia: The Annals of Chile (1994) e Hay (1998). Nel 2003, con Moy Sand and Gravel ha vinto il presitigioso Premio Pulitzer per la poesia.

Il rammendo dei secondi luce

Sei smarrita nel cimitero della sete
e sola come la sfinge
devi scornarti con l’assoluto,
con il rinoceronte nero
tra la verginità del sonno
e la spada nuda della sorgente.
Notte di canicola
e di antenne.
Sei smarrita
nel santuario delle nebbie.
In un rammendo di secondi luce
ti pieghi sulle ginocchia,
mescoli il sangue e l’acquavite.
Dicevi: “Verrà la fine, verrà
la chiromante delle ustioni”.

 

 

Due poesie di Dylan Thomas tradotte da Giovanni Ibello sul blog di poesia della Rai

Nel mio mestiere o arte ombrosa

 

Nel mio mestiere o arte ombrosa
praticata nella notte quieta
quando solo la luna s’infiamma
e gli amanti riposano a letto
con tutti i dolori nelle braccia,
il mio lavoro è cantare la luce
non per ambizione o pane,
non per vanagloria o commercio di incanti
su impalcature in avorio
ma per il modesto salario
del loro più segreto cuore.
Non scrivo per l’uomo orgoglioso
che si ritrae nella furia di luna
su questo zampillo di pagine,
non per i morti che torreggiano
con i loro usignoli e salmi
ma per gli amanti che abbracciano
i dolori di tutte le età,
e non offrono lodi o compensi
incuranti del mio mestiere o arte.

 

 

In my craft or sullen art

Exercised in the still night
When only the moon rages
And the lovers lie abed
With all their griefs in their arms,
I labour by singing light
Not for ambition or bread
Or the strut and trade of charms
On the ivory stages
But for the common wages
Of their most secret heart.
Not for the proud man apart
From the raging moon I write
On the spindrift pages
Not for the towering dead
With their nightingales and psalms
But for the lovers, their arms
Round the griefs of the ages,
Who pay no praise or wages
Nor heed my craft or art.

 

Dylan Thomas

da Collected poems 1934-1952, Dent, 1952

 

 

E la morte non avrà più dominio

 

E la morte non avrà più dominio.
I nudi morti saranno una cosa sola
Con l’uomo nel vento, con l’ovest di luna;
Quando le ossa saranno scarnate, le loro ossa ripulite e andate
Avranno stelle al gomito e sul piede;
Benché alienati, saranno sani,
Benché sprofondati negli abissi, avranno nuova vita;
Se gli amanti sono perduti, l’amore non lo è.
E la morte non avrà più dominio.

 

E la morte non avrà più dominio
Nelle volute del mare
Saranno supini, ma senza morire nel vento;
Si torceranno sui graticci mentre cedono i tendini,
Eppure, legati a una ruota, sapranno resistere;
Si spaccherà la loro fede nei palmi
l’unicorno del male li squarcerà da parte a parte;
Ma trafitti in ogni dove, non si arrenderanno;
E la morte non avrà più dominio.

 

E la morte non avrà più dominio.
Non potranno ascoltare il gemito dei gabbiani,
Il frangersi delle onde sulla costa;
Dove spuntò un fiore non potrà spuntarne un altro
O alzare la testa agli strali della pioggia;
Ma benché pazzi e morti stecchiti
Le loro teste saranno flagelli di margherite;
Punteranno al sole fino a sgretolarlo,
E la morte non avrà più dominio.

 

*

 

And death shall have no dominion.
Dead men naked they shall be one
With the man in the wind and the west moon;
When their bones are picked clean and the clean bones gone,
They shall have stars at elbow and foot;
Though they go mad they shall be sane,
Though they sink through the sea they shall rise again;
Though lovers be lost love shall not;
And death shall have no dominion.

And death shall have no dominion.
Under the windings of the sea
They lying long shall not die windily;
Twisting on racks when sinews give way,
Strapped to a wheel, yet they shall not break;
Faith in their hands shall snap in two,
And the unicorn evils run them through;
Split all ends up they shan’t crack;
And death shall have no dominion.

And death shall have no dominion.
No more may gulls cry at their ears
Or waves break loud on the seashores;
Where blew a flower may a flower no more
Lift its head to the blows of the rain;
Though they be mad and dead as nails,
Heads of the characters hammer through daisies;
Break in the sun till the sun breaks down,
And death shall have no dominion.

 

Dylan Thomas

 

da Collected Poems 1934-1952, Dent, 1952

 

Traduzioni di Giovanni Ibello

Fonte: Poesia, di Luigia Sorrentino.

Dylan Thomas (Swansea, 27 ottobre 1914 – New York, 9 novembre 1953) è stato un poeta, scrittore e drammaturgo gallese. Nel corso di una vita straordinariamente intensa, per quanto breve, Dylan Thomas ha scritto poesie, saggi, sceneggiature, racconti (molti a sfondo autobiografico) e un dramma teatrale dal titolo Sotto il bosco di latte la cui versione radiofonica ha vinto il Prix Italia nel 1954. Figlio di un professore della grammar school di Swansea, Dylan Thomas mostra sin dall’infanzia i segni di una vocazione sicura. A soli vent’anni scuote l’ambiente letterario londinese con Diciotto poesie (Eighteen poems, 1934), nel quale afferma lo stile di una poesia naturale e istintiva, per quanto pervasa da un’inquietudine oscura.
Insieme a un gruppo di giovanissimi poeti e scrittori, s’impone come alfiere di un cosiddetto “nuovo romanticismo”, sorto in reazione all’intellettualismo e al classicismo di cui erano accusati Auden, e i poeti del suo gruppo. Al 1936 risalgono le Venticinque poesie (Twenty-five poems), cui seguono Il mondo che respiro (The world I breathe, 1939), e La mappa d’amore (The map of love, 1939) che comprende liriche e prose. Il libro che raccoglie le sue poesia più note è Morti e ingressi (Deaths and entrances,1946). Le varie raccolte di poesie apparse tra il 1934 e il 1952 sono state poi ripubblicate nel volume Poesie scelte 1934-1952 (Collected poems 1934-1952, 1952).Poco prima della morte pubblica Il medico e i diavoli (The doctor and the devils, 1953).

Due poesie di Robert Creeley tradotte da Giovanni Ibello per il blog di poesia della Rai

THE DISHONEST MAILMEN

 

They are taking all my letters, and they
put them into a fire.
I see the flame, etc.
But I do not care, etc.

The poem supreme, addressed to
emptiness – this is the courage

necessary. This is something
quite different.

I POSTINI DISONESTI

 

Stanno prendendo tutte le mie lettere,
e le gettano nel fuoco.
Vedo la fiamma, ecc…
Ma non mi importa, ecc…

La suprema poesia, scagliata
nel vuoto – questo è il coraggio

necessario. Questo è un qualcosa
di profondamente diverso.

 

THE SIGN BOARD

 

The quieter the people are
the slower the time passes

until there is a solitary man
sitting in the figure of silence.

Then scream at him,
come here you idiot it’s going to go off.

A face that is no face
but the features, of a face, pasted

on a face until that face
is faceless, answers by

a being nothing there
where there was a man.

L’INSEGNA

 

Più tranquilla è la gente
più il tempo scorre lento

 

finché rimane un uomo solitario
seduto nella figura del silenzio.

 

Così gli grida,

vieni qui idiota si sta per esaurire.
Un volto che non è un volto

ma i tratti, di un volto, incollati

 

sopra un volto finché il volto
è senza volto, le risposte

 

di un essere inesistente

laddove prima c’era un uomo.

 

 

Traduzioni di Giovanni Ibello

 

Robert Creeley (Arlington 1926; Odessa 2005) è stato un poeta americano la cui ricerca non si è esaurita “alla parola”. Ha sempre sperimentato con varie forme d’arte: la pittura, il jazz, la fotografia, la grafica innestando i modi e i linguaggi di queste esperienze nel suo ‘fare poesia’. In Italia, oltre alla raccolta Per Amore (Mondadori, 1971) e Poi (Edizioni del Leone, 1985), sono presenti diverse poesie in Black Mountain: Poesia & Poetica (Euroma, 1987) e Multiplazioni (Supernova, 1988).

 

Fonte: Poesia, di Luigia Sorrentino

Incanto teleferica

La mia estasi rimane
lettera morta sul greto.
Brindo al disamore
al cuore profanato nell’acquaio
agli insetti fulminati nell’insegna.
Ci lega la parola feroce,
una giostra di penombre.
L’incanto di una teleferica,
l’esatto perimetro di un grido.
Tu che muori
in quell’assillo di aranceti
che ritorna.
Era l’affanno antico,
l’anemone del giorno
divelto sopra i silos.

Turbative siderali recensito e tradotto dalla poetessa colombiana Marisol Bohorquez Godoy

De las cosas que no me agradan de las redes sociales es el hecho de tropezarme con personajes cuyas vidas te hacen sentir que el mundo desfallece y que nada puede salvarlo, y sin embargo, cuando parece que todo está perdido, descubro personas maravillosas en este cosmos de oscuridad cibernética y dentro de ellos este joven escritor que se robó mi atención desde nuestro primer contacto. Giovanni Ibello es un poeta en dominio de un lenguaje con contrastes fuertes. La primera vez que leí sus poemas me estremeció la forma en que habla del amor a través de imágenes en un perfecto equilibrio de alteridades y me recordó en su forma de describir las cosas al escritor estadounidense Ernest Hemingway en su libro “Paris era una fiesta” cuando Ibello en uno de sus poemas nos dice: “… cuando te veo dormir/la noche se perfuma de naranjas…” e incluso en un verso contrastante como este: “…Pero cuántos gatos se aman de noche/mientras el agua excava en las alcantarillas…” donde no solo nos transporta a un mundo en el que la experimentación sensorial se hace imprescindible; nos abre una puerta desde la cual el amor nos muestra esa cara desconocida y a la vez esa mano que se extiende desde todo abismo al que nos entregamos luego de la pérdida o el abandono.

Giovanni moldea su poesía cuidadosamente y genera en el lector niveles de excitación de la razón que conllevan a una búsqueda de códigos ocultos en versos cargados de imágenes que tienen un efecto que yo he decidido denominar “bungee jumping” porque te sacuden los sesos y nos devuelve en un salto a la posición inicial con el verso más sutil que te abriga como un frágil copo de nieve desvaneciéndose sobre un pétalo de rosa.

 

****

Di quello che sognavi veramente

non resta che un silenzio siderale

una lenta recessione delle stelle

in pozzanghere e filamenti d’oro,

il riverbero delle sirene accese

sui muri crepati delle case.

Così dormi, non vedi e manchi

il teatro spaziale delle ombre.

Il desiderio è l’ultimo discanto.

Ma quanti gatti si amano di notte

mentre l’acqua scanala nelle fogne.

 

****

De aquello que soñaste verdaderamente

no queda más que un silencio sideral

una lenta recesión de las estrellas

en charcos y filamentos de oro,

el centellar de las sirenas encendidas

en las paredes agrietadas de las casas.

Así duermes, no ves y faltas

el teatro espacial de las sombras.

El deseo es el último discanto.

Pero cuántos gatos se aman de noche

mientras el agua excava en las alcantarillas.

 

BASTA CANZONI D’AMORE

 

Hai sognato lo scisma dei santi

il mistero della cernia ermafrodita.

Hai sognato

la vergine delle dune

e aceto per le antilopi erranti.

Quando ti vedo dormire

la notte profuma di arance.

 

NO MÁS CANCIONES DE AMOR

 

Has soñado el sisma de los santos

el misterio de la cernia hermafrodita.

Has soñado

la virgen de las dunas

y vinagre para antílopes errantes.

Cuando te veo dormir

la noche se perfuma de naranjas

 

GENEALOGIA DI UN’ASSENZA

 I

“Dimmi, che voce ha il dio dei deserti?”

“Cosa ti rimane di quella notte?”

I temporali negli specchi

e nessuno spazio vitale

oltre la curva del sonno.

“Muta la tua pelle che non torno”.

 

II

Tu la chiami deriva

io dico che non c’è preghiera

più grande del mare.

 

 GENEALOGĪA DE UNA AUSENCIA

I

“Dime ¿Que voz tiene el dios de los desiertos?”

“¿Qué te queda de aquella noche?”

las tormentas en los espejos

y ningun espacio vital

más allá de la curva del sueño.

“Muda tu piel que no regreso”.

 

II

Tu la llamas deriva

Yo digo que no hay oración

más grande que el mar.

 

AFTER RAIN

 

Il diaframma

è sotto l’arco del giorno,

lo vedi

l’ultimo rantolo del sole?

Questo è l’anatema della terra,

la nuda prigione

di un costato.

L’iride

l’argento nero

nel vuoto delle ossa cave

si risolve

l’equazione del volo.

 

AFTER RAIN

 

El diafragma

está bajo el arco del día,

lo ves

¿El último aliento del sol?

Esto es el anatema de la tierra,

la prisión desnuda

de un costado

El iris

la plata negra

en el vacío de los huesos huecos

se resuelve

la ecuación del vuelo.

 

 

Giovanni Ibello nació en Nápoles, 1989. Graduado en jurisprudencia en la Universidad Federico II. Ejerce como abogado en la rama civil. Periodista y publicista. Sigue como corresponsal los eventos deportivos de la SSC Nápoles y la selección nacional de football italiano. Su primer libro “Turbative siderali” fué publicaco en el 2017 por Terra d’ulivi edizioni. Su obra ha sido parcialmente traducida al español y comentada en importantes revistas de poesía. Colabora con el blog “Poesia, di Luigia Sorrentino” en RAI News. Se ocupa principalmente de reseñas y traducciones del inglés.

 

Traducción  de los poemas al español a cargo de Marisol Bohórquez Godoy

Montjuic – Lettera all’arciere miserando

Lettera all’arciere miserando

La mia estasi rimane
lettera morta sul greto.
Brindo al disamore
al cuore profanato nell’acquaio
agli insetti fulminati nell’insegna.
Non ti aspettare alcun bene,
non lo fare.
Avrai una sola occasione
una sola freccia
da scagliare controsole
nell’incanto di una teleferica.
Seleziona con cura
il nulla entro cui implodere.

Giovanni Ibello

“Lido – poezie italiană contemporană”, selezione di poeti italiani tradotti in romeno

Qualche giorno fa è  uscita “Lido – poezie italiană contemporană”, una selezione di poeti italiani tradotti da Eliza Macadan per l’editore Eikon di Bucarest.
Sono davvero felice di essere stato coinvolto in questo “melting pot” poetico. E poi che meraviglia leggersi nella più suggestiva (e musicale) delle lingue romanze. Tra l’altro, in mia compagnia ci sono poeti adorati come Luigia Sorrentino, Francesco Tomada e Umberto Piersanti. Consentitemi di condividere questa piccola gioia perché, come ha giustamente scritto Paul Muldoon, la poesia può rendere possibili le cose anche se finisci come Lorca, crivellato di colpi nell’ombra cangiante del tuo sangue. Fortunatamente questa finzione cosmica ci restituisce la dimensione del nostro nulla. Va bene così. Lasciate aperte le finestre.

Dai sogni hanno origine le responsabilità;
fu a causa di una simile allegoria
che Lorca
venne crivellato di colpi
fino a giacere a fauci spalancate
nell’ombra cangiante del suo sangue.
Quando i soldati ubriachi del Romancero
fecero per tornare in città
lo sentirono mormorare nella nebbia,
‘Quando muoio lasciate aperte le finestre’
perché la poesia può rendere possibili le cose –
non solo può ma deve –
e questa stessa finzione
è in sé un gesto politico.

(Una vecchia e irrituale traduzione a una poesia di Paul Muldoon)

Francesco Tomada recensito da Giovanni Ibello

di Giovanni Ibello

La poesia di Francesco Tomada trae origine dal nucleo stesso della parola, dalla sua funzione più minima e immediata: Francesco, goriziano nato nel 1966, è un poeta di frontiera e pertanto conosce l’importanza dell’unire, la fatica di costruire ponti. La sua attività di “nominazione” è certamente un rischio (anche se calcolato), poiché la “nuda parola” si presta al lirismo, alle cadute di stile e, più in generale, alla retorica. Tomada, invece, pur fiutando il pericolo, lo accetta, lo fa suo; anzi, si destreggia tra queste “mine” con grande disinvoltura. Del resto, basta veramente poco a far crollare una poesia (soprattutto quando, come in questo caso, si fa richiamo a una parola che è “origine”): un verso sbagliato, una parola distonica, un aggettivo che non aggiunge, un accento che stronca il suono. Ed è proprio in questo rischio – cercato prima e ammansito poi – che l’autore si esalta e riesce a declinare la sua visione delle cose. Il suo stile, ancorché narrativo, fuga ogni artifizio letterario e definisce, appunto, il confronto tra la parola e l’oggetto nella sua forma più essenziale. “A ogni cosa il suo nome”, recita – tra l’altro – il titolo di una sua superba raccolta di poesie. Tomada è un poeta vero, conosce l’arte della rastremazione, il peso delle parole; le lascia libere sul foglio rinunciando ai vincoli della punteggiatura. Sa creare legami elettrici col vuoto, perché non teme la mancanza di fiato, non teme di guardare nella bocca del fucile. La sua poesia è “kamikaze”, sfacciata, estroversa nella dolcezza e schiva nel disarmo. Rischia di travolgere il lettore proprio perché è estremamente materica. Eppure, questo poeta vive di insight, di guizzi improvvisi, di approcci epifanici che estendono i confini del reale. Non deve sperimentare perché i suoi versi sono elementari, nel senso più nobile del termine, privi di virtuosismi. Tomada, è dunque un “poeta del possibile”: riesce a censire tutte le fragilità della bellezza, la tenerezza degli affetti, ma anche il dramma della perdita, della morte prematura, della prigione del corpo. Ecco perché, nella sua estrema dolcezza, esiste un demone che giace supino, una bestia che non si fa scrupoli ed è pronta a ghermire la preda come a dire che “non si scende a patti con la poesia”.

Dal blog Poesia, di Luigia Sorrentino su Rai News

ibelloipoetisonovivi

Bruno Conte recensisce “Turbative siderali” sul blog di Giorgio Moio Frequenze poetiche

 

Ogni voce, quale che sia il tono, può essere autentica se non è maniera, se non è imbrigliata dal fascino di un’altra voce che gli manca. Un errore, quello del “mischiamento” di maniera, che Giovanni Ibello, napoletano, classe ’89, nella sua raccolta d’esordio Turbative siderali (Terra d’Ulivi, Lecce, 2017) non compie, anzi: il poeta riesce a dipanare la “sua” voce senza confondersi, con una precisione e una profondità di scavo considerevoli, da veterano. Difatti, anche Tomada, nella postfazione al libro, evidenzia per primo quest’aspetto, ovverosia di quanto e come il lavoro di rastremazione del mandato poetico sia stato finemente curato. E questi versi «Se non vuoi arrivare alla lacerazione/ non dire una parola/ che sia una», sembrano attestarne l’importanza e la misura perimetrale del fare poesia di Ibello. Una scrittura concava, così ostinata nella sua ricerca nominale che, per definire le cose intorno («È questo il destino dei corpi:/ le amnesie lunari/ la lesione tellurica del buio./ Mai nessuno/ci ha chiesto di essere vivi»), testimonia un’urgenza, una necessità di modulare e interrogare la realtà attraverso uno sguardo inflessibile, a strapiombo («Il diaframma/è sotto l’arco del giorno/lo vedi /l’ultimo rantolo del sole?/ Questo è l’anatema della terra/la nuda prigione/di un costato»). Ibello è un poeta lirico, senza giochi di forma e di significato, senza impalcature di sostegno. È predicativo, custodisce la lezione di maestri dell’assolutezza del verso come la Rosselli e gli amati e incorruttibili russi del primo novecento (da Esenin a Mandel’stam), trasalendo nel vuoto, denso e strangolato, dei suoi temi siderali (la parola, la fine, l’amore e la Napoli residenziale) come “un portatore di fuoco” (citando Salvia, altro autore deflazionato da Ibello in certe fenditure lessicali come «E sarà bellissimo/ come un’idea/ il graffito di dio” o anche in una lirica iniziale “Non scrivo di silenzio, ma di vuoto./ Scrivo dell’acqua mentre scola/ in un reticolo di nodi e feritoie»). Temi, poi, che si legano sinotticamente per anabasi, coartando quasi il lettore a sentire, più che conoscere, un distacco e un dolore di fondo dissotterrato, che si avverte in alcune splendide poesie come questa, l’ultima della prima sezione:

 

Quando tutto sarà finito

sarà il sonno a irrigidire gli occhi

ma prima della fine

c’è una retrospettiva lenta dell’infanzia

una campionatura degli amori.

Poi il respiro si risolve

in un orgasmo neuronale,

è come un’implosione

di pianeti nella mente

una turbativa siderale

del corpo che ritorna seme

 

Del resto, le prime due parti del libro, le più ispirate e liriche, sono collegate sottotraccia dalla richiesta forte di rispondere al trauma dell’essere vivi, in un mondo piegato dal sentimento della fine. E Ibello, nel pronunciarsi a riguardo, mostra anche una postura filosofica notevole (Nietzsche su tutti) poiché i versi restano disossati, senza risultare preziosi e intempestivi, come quando non ha mezzi termini nel dire «Siamo il non voluto./ Siamo l’involuto./ Il dolore che si addomestica,/ il sogno eretico di un’ordalia». Questi sono versi sintomatici di una ricerca escatologica sentita come compito nella misura in cui si prende coscienza che “Tutto si separa per venire alla luce”. Da questa separazione congenita, e dai contrasti oppositivi così frequenti nel libro, il poeta si interroga sul valore della nascita e dell’origine. La disgiunzione tra nascita, origine e fine, si dissemina, infine, nell’ultima parte del libro, “scena madre”, che impatta con occhi tristi e sgranati la sua Napoli, la madre appunto, dove «Nei quartieri residenziali/ i colombi sbucano dalle fogne/ dalle cavità del tufo/ dai tramezzi in cemento». La Napoli dei vapori petroliferi, del sole nero e dell’impotenza di voltarsi al suo destino lesionato di vittima e carnefice, in cui Ibello si muove in uno spleen asciutto, secco, composto. La sensazione è che, in chiusura, di tutte le possibili argomentazioni su Turbative sideralinessuna supera l’attestato di stima di Milo de Angelis, massimo poeta italiano, che in un’intervista inserita ne “La parola data”, colloca Ibello tra le voci emergenti più significative del panorama nazionale.

Il blog “Bibbia d’asfalto Poesia urbana e autostradale” pubblica due poesie tratte da Turbative siderali

Stasera è la volta di Giovanni Ibello con 2 poesie tratte da Turbative Siderali – Terra d’Ulivi Edizioni.

*

Il tuorlo magmatico dell’alba
si sgretola nei cardi.
È questo il destino dei corpi:
le amnesie lunari
la lesione tellurica del buio.
Mai nessuno ci ha chiesto di essere vivi.

*

Basta canzoni d’amore

Hai sognato lo scisma dei santi
il mistero della cernia ermafrodita.
Hai sognato
la vergine delle dune
e aceto per le antilopi erranti.
Quando ti vedo dormire
la notte profuma di arance.

Tre poesie di Giovanni Ibello sul blog italo-romeno “limeslitere”

“Prende corpo dunque un linguaggio che vive nella tensione degli opposti, sospeso fra gli angoli acuti dell’asprezza (“la bocca ad asciugare la tua fica”) e i momenti in cui invece la dolcezza si fa estrema e totalizzante (“misuriamo le distanze coi respiri”), un linguaggio che scava in questa terra di nessuno con l’intenzione di renderla una terra nostra dove cercare una possibile realizzazione.”                                                

dalla postfazione di Francesco Tomada

 

Non scrivo di silenzio, ma di vuoto.

Scrivo dell’acqua mentre scola

in un reticolo di nodi e feritoie.

Perché è sempre un discorso

sul venire meno

sul recalcitrare delle ore,

la canzonatoria

delle parole.

 

Penso al mare sfigurato

dalle scie dei mercantili

cinesi.

 

*

Il tuorlo magmatico dell’alba

si sgretola nei cardi.

E’ questo il destino dei corpi:

le amnesie lunari

la lesione tellurica del buio.

Mai nessuno

ci ha chiesto di essere vivi.

 

*

E’ immorale

la bellezza che ci rende soli

e il silenzio più lungo

è sempre quello

che viene infranto

nel momento sbagliato.

 

“Lasciami andare”

mi hai detto.

“Lasciami andare.

Come si lasciano andare i morti”.

 

Giovanni IBELLO è nato a Napoli nel 1989. Laureato in giurisprudenza alla Federico II, lavora presso uno studio legale che si occupa di diritto civile. Dal 2012 è iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania (elenco pubblicisti). Scrive regolarmente di calcio, collabora con “Words Social Forum” e con il Blog di Poesia della RAI.

Turbative siderali è la sua opera prima.

Intervista a Milo De Angelis

 

Milo De Angelis (Milano, 1951) è un poeta, scrittore e critico italiano. I suoi libri di poesia (tra cui SomiglianzeTema dell’addio, Incontri e Agguati) sono stati recentemente ripubblicati nella raccolta Tutte le poesie (1969-2015), edita da Mondadori per la collana “Lo Specchio”. Oltre all’attività poetica, ha fondato nel 1977 la rivista Niebo, attiva fino al 1980; inoltre ha pubblicato un’opera narrativa, La corsa dei mantelli (1979), e una raccolta di saggi, Poesia e destino(1982).

Intervista concessa il 30 Aprile 2017 nell’ambito del festival della poesia Poié – Le parole sono importanti. Si è scelto di riportare le parole dell’autore, senza interpolazioni, dalla registrazione audio.

[Arriviamo in albergo non prima delle 17.00. Milo De Angelis ha chiesto cortesemente di attendere la fine della partita del suo Milan.]

Ho riscontrato tre diverse concezioni del calcio: quella del calcio come atto ‘estetico’ e artistico di un ‘atleta-genio’, come lo vedeva Carmelo Bene; una concezione ‘pasoliniana’, di un calcio da un lato ‘popolare’, ma allo stesso tempo vissuto come ‘ultima’ epica rimasta; in ogni caso potrebbe persistere, tra queste due accezioni, una terza, di puro carattere ludico, in cui l’evento sportivo è vissuto semplicemente come distrazione dal quotidiano. Lei che rapporto ha col calcio?

Io ho giocato a pallone da ragazzo, nei pulcini del Milan. Rivivo ogni domenica, come diceva Vargas Llosa, la ‘dose’ settimanale di giovinezza, che dopo la partita sentiamo di aver ricevuto come dei tossici che hanno bisogno di iniezioni di tempo ‘felice’. Ed è sempre emozionante vedere un bel dribbling, un bel tiro, una bella parata; ci riporta inevitabilmente a quando si giocava nel cortiletto di una scuola, di un oratorio o di chissà dove. Annidato in fondo alla memoria c’è sempre questo tempo ‘leggendario’ che si ripete, si ripresenta; e siccome ciò che abbiamo vissuto è imprevedibile come ciò che avverrà (il passato è imprevedibile come il futuro), allora rivivere adesso il calcio significa rivivere quei tempi in un’altra luce, con un’altra memoria, conoscere meglio ciò che ci è accaduto. Quindi è una bella esperienza di scavo e di interiorità. Io sono un poeta legato a ciò che rimane, legato agli archetipi, all’immutabile. Non vedo cambiamenti profondi nella natura umana, quindi nemmeno nel calcio. Tutto è rimasto intatto come in una fiaba eterna; l’emozione di quel perfetto traversone è la stessa di allora. Tutto il resto è sociologia, politica, giornalismo, che non tocca l’essenza dell’opera d’arte calcistica o sportiva in genere, che è un’opera d’arte d’origine greco-latina, legata alle nostre tradizioni. Siamo nati con un gesto atletico di Pindaro.

Lei ha detto che il passato è imprevedibile, forse perché tentare di storicizzare tutto significa fare della cattiva sociologia, specie in arte.

È la colpa più grande di un critico, di un lettore, di una persona che ama la poesia, ridurla alle sue coordinate storico-sociali. Noi abbiamo vissuto gli anni Settanta, gli anni orribili dove tutto veniva ridotto a ciò, da un marxismo da accatto, da un facile tentativo di mortificare l’unicità e l’eternità dell’esperienza umana alle sue coordinate più contingenti. Ci siamo rifiutati allora, quando era difficile farlo; adesso, a maggior ragione, teniamo ferma questa convinzione che l’uomo non è riducibile a nessun contesto storico-sociale. Nel calcio nemmeno.

Cosa le è rimasto di quel periodo, che già allora sentiva di dover superare?

Io ero in lotta, in battaglia da solo contro cattolici e comunisti, contro due dimensioni egualmente totalitarie della vita, in una difesa strenua della poesia, forse ‘nietzschiana’, come tentativo di difendere la barriera dell’’unico e dell’irripetibile’. Qualcosa che allora non si poteva dire, mentre ora ne parliamo tranquillamente davanti a un registratore; allora, quando tutti ti chiedevano da che parte vuoi convogliare le tue forze poetiche e artistiche, era considerato blasfemo non stare da una parte precisa, che fosse per servire il popolo, la chiesa, il partito, non so che. Io ho sempre pensato che la poesia non ‘servisse’ nulla. Adesso non faccio che ribadire con assoluta certezza che avevo ragione, anche se ero in minoranza.

Però lei in quegli anni ha tenuto una rivista dal ’77 all’‘80, che era Niebo, prendendosi carico di dare spazio a delle voci importanti.

All’epoca c’era la passione per i grandi poeti, per l’idea di tramandare una consegna, una staffetta cosmica che ci coinvolgeva e di cui eravamo responsabili. Chiaro che poi lo sfondo polemico contro destra o sinistra fosse occasionale: quello che contava allora era la forza di questa passione univoca e disperatamente solitaria per la poesia, che allora più che mai (ma questo sempre) era l’ultima ruota del carro, era quello di cui tutti volevano servirsi per parlare di altro. Noi invece volevamo parlare dei poeti e della loro verità.

Noi, più giovani, viviamo quel periodo in maniera alquanto mitica, come se fosse passata un’eternità, ed è come se a questo passato ‘mitico’ non riuscissimo a rispondere come dovremmo.

A me mitico sembra questo presente, non vedevo nulla di mitico nella situazione ‘dittatoriale’ di allora, dove vigeva un’ideologia unica. Mitica era la giovinezza, quindi tutto era accettabile, perché anche il più terribile dei nemici faceva parte della nostra ‘sovrabbondanza’ del sangue e del nostro desiderio di esserci. Però se dobbiamo guardare a quel periodo con una specie di visione ‘aerea’, vedo una bruttissima povertà poetica, un periodo di sperimentalismi da una parte e di populismi dall’altra. Poi è chiaro che i grandi libri comunque c’erano, però contro l’ideologia del loro tempo: c’erano Caproni, Luzi, Sereni, Raboni, dei poeti che nonostante tutto continuavano a fare grande poesia. Però ciò di cui si parlava maggiormente era il dominio della psicanalisi, della semiologia, dello strutturalismo, dell’ideologia e di tutto ciò che noi di ‘Niebo’ consideravamo il nemico.

Chi è che si può dire ‘poeta’ se forse non c’è una definizione che possa essere utilizzata? Sembra che chiunque abbia necessità di esprimere un sentimento, avendo più o meno l’idea di una ‘forma’.

La poesia apparentemente è la cosa più facile del mondo, ma è chiaro che non sia così. Implica una passione monogamica, anche ossessiva, spesso patologica e drammatica per la singola parola, quella insostituibile. Si scrive sotto ‘alta sorveglianza’, come in una cella; facciamo parte di un tessuto delicatissimo, in una combinazione di congegni, e basta sbagliare un passo perché crolli tutto, perché vengano meno anni e anni di lavoro su una poesia. Vedo una permanenza di questa figura del poeta umiliata allora, come adesso, dall’inflazione dei finti poeti, dei performativi travestiti dai poeti, dei cantanti e dei cantautori… liberarsi dei cantautori è stato il primo dovere che io già a dodici anni ho sentito come cruciale. Sono nato nell’epoca dei cantautori, di questi orridi personaggi dalla poesia più facile, più a buon mercato.

È un argomento che ricorre spesso, ma non ho mai individuato una definizione precisa. Perché il cantautore non è poeta?

Perché applica a una ‘parola’ una musica che è esterna alla parola stessa. Così avviene quando un musicista pretende di accompagnarti mentre reciti una poesia, distruggendo sia la sua musica sia la poesia; la poesia ha una sua musica interiore che deve essere rispettata e che non può essere uccisa e soffocata da una musica esterna. Così fa un cantautore, mettendoci un motivetto orecchiabile dentro parole più o meno copiate dai poeti più facili, da Neruda a Prévert. La poesia è un lavoro micidiale, da orefice, su ogni parola, è uno scavo in verticale; poi non è spettacolare, non implica che ci sia un pubblico che applaude o che compra dischi, fa parte di un’altra visione del mondo. E soprattutto non è contemporanea: è postuma, è un’esperienza che ci vede già morti in vita e che forse quando saremo morti acquisterà un significato, mentre per i cantautori tutto è dentro l’immediatezza.

Quali sono le sue impressioni sul lavoro che si sta svolgendo a Poié? Ha avuto modo di notare che il festival non sia una semplice ‘rassegna’, ma sono stati affrontati degli incontri di tipo ‘laboratoriale’ che indagano sul mestiere del poeta.

Quando mi ha scritto Andrea Donaera ho sentito subito l’importanza di questo appuntamento. Per me è stato come il richiamo di una terra amata, di un luogo dove ha vissuto Vittorio Bodini o Claudia Ruggeri, Salvatore Toma e tanti poeti che apprezzo. Poi sapere che qui ci sono dei poeti che stimavo già prima, come Damiano Scaramella, Giuseppe Nibali, Anna Ruotolo e altri, mi ha subito spinto ad aderire a quest’incontro; non per certificare con la mia presenza qualcosa, ma per fare un viaggio insieme ad alcuni dei giovani poeti che ho stimato e che ho incontrato in tanti anni, come Giovanni Ibello di Napoli o Alessandro Bellasio di Milano, nati tra l’86 e il ’90, che mi sembrano avviati in una direzione giusta, con una firma e uno stile interessante e irripetibile.

 

Fonte: Centropens.eu