Le parole di Grace

Spazio letterario a cura di Giovanni Ibello

Angina d’amour, anteprima sul nuovo libro di Giulio Maffii

Nota di Giovanni Ibello

È impossibile definire la poesia. È difficile anche solo parlarne liberamente, senza cadere nella retorica. È molto probabile che essa si riveli nell’atto stesso dello scrivere, ragion per cui non è compito del poeta intellettualizzare il momento creativo. Non sappiamo cosa sia una poesia (la famosa ‘salvezza del corrimano’ di cui scriveva la Szymborska), non sappiamo dove essa ci conduca, ma è ben possibile che – come sosteneva il compianto Dario Bellezza – scrivere versi sia “pura fisiologia”. Forse un verso esiste perché esistere era nel suo destino. Niente di più. Una delle poche certezze di chi vi scrive è la seguente: la parola poetica è “vittima” di un processo di sussunzione che riconduce sempre all’amore e alla morte. Lo sa bene Giulio Maffii che con il suo Angina d’amour (di prossima pubblicazione per l’editore “Arcipelago Itaca”), traccia un quadro scarnificante di questo sentimento, una giusta sintesi dell’amore fatale, dell’amore primo e ultimo. Un dettato poetico privo di fronzoli (sia nelle scelte lessicali che timbriche), composto da suoni e letture volutamente elementari e sferzate improvvise. L’angina coitale, che i francesi chiamano, appunto, angina d’amour, si verifica durante i minuti successivi al rapporto sessuale, ed è il dolore toracico pre-infartuale. L’amore, dunque, è quasi una “tara ereditaria”, e l’autore, con tono – tanto sardonico quanto ponderato – affronta il suo personale dialogo con l’assoluto. Nel lavoro di Maffii, il tema dell’origine diventa quasi spettrale. Amore e discordia sembrano due pugili che danzano macabramente sul ring, e a leggere i versi dell’autore, si ha la netta sensazione che l’intero universo dell’umano sia sul punto di collassare, e più in generale, di implodere. La sua visione delle cose è però lucida, distaccata. Maffii scrive versi d’amore ma non cede alla retorica del sentimentalismo o, peggio ancora, al diarismo. Il tono è quasi sempre uniforme, e un’ironica disperazione ci porta per mano alla fine. La bellezza di alcune poesie sta nella precisione di quei piccoli, impercettibili, movimenti… nel culto dell’esattezza, nell’atto puro e semplice dell’avere cura. Vengono in mente due versi di Magrelli tratti da “Ora serrata retinae”: “Preferisco venire dal silenzio / per parlare. Preparare la parola con cura”. È importante provare a mettere a posto le cose, ad ammansire il tremendo umano. Maffii lo sa. Si prende un bel rischio, ma il risultato è notevole. Questa ad esempio, è struggente:

Mi chiudi con le mani il cappotto
non avevo mai visto tanto amore
luccicarmi in fronte o nei paraggi
Poi lo abbiamo fatto davvero l’amore
un amore lungo uno scalpiccio ventricolare
quello dei resuscitati degli eccitati vinti
Non possediamo niente a parte il nome
e la carne fossile di qualche ricordo
Questa poesia non l’ho scritta io
l’ho trovata per caso e decifrata
sopra il tuo petto.

(da “Angina d’amour”, Giulio Maffii. Arcipelago Itaca, 2018)

Articolo pubblicato su “Poesia, di Luigia Sorrentino” per rainews

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Emilio Capaccio traduce una poesia di Giovanni Ibello

Tu credi che con la mia bellezza farei tremare la California
ma non sai che gli uomini soli piangono di notte
e come i maiali,
scontano con la vita l’intensità di un orgasmo.

Adesso,
mentre tutto questo accade non ci sei più.

Sei andata via dopo avermi detto
che l’unico silenzio che comprendo
è l’attesa di un calcio di rigore.

Giovanni Ibello (poesia raccolta in “Turbative siderali”, Terra d’ulivi edizioni, 2017, Lecce)

*

You believe that with my beauty I would make to tremble the California
but you don’t know that the lonely men cry at night
and as pigs,
they serve with the life the intensity of an orgasm.

Now,
while all this happens you’re not here.

You have gone away after having said me
that the only silence that I understand
is the wait of a penalty kick.

Traduzione di Emilio Capaccio, che sentitamente ringrazio per questo dono.

“I fili”, Giovanni Ibello traduce una poesia di Philip Larkin

The wires

The widest prairies have electric fences,
For though old cattle know they must not stray
Young steers are always scenting purer water
Not here but anywhere. Beyond the wires

Leads them to blunder up against the wires
Whose muscle-shredding violence gives no quarter.
Young steers become old cattle from that day,
Electric limits to their widest senses.

Philip Larkin

I fili

Le praterie più estese hanno recinti elettrici,
Perché se il vecchio bestiame è mansueto
I giovani manzi fiutano sempre l’acqua più pura
Non solo qui, ma ovunque. C’è il richiamo di un altrove

che li fa schiantare dritti nella cinta
Che dilania i loro muscoli, senza tregua.
Da quel giorno, i giovani manzi iniziano a marcire
Il muro elettrico soffoca la vastità dei sensi.

Traduzione di Giovanni Ibello

Vanina Zaccaria recensisce Giovanni Ibello per la rivista italo-russa “Sussurri e Grida”

L’ho scritto tempo fa. Mi piace fantasticare sulle “parole ponte”, quelle che (per me) creano legami elettrici col vuoto, quelle che non temono mancanza di fiato. Trasognare, per esempio, è una parola ponte. “Sognare attraverso”, penso… ma attraverso cosa? Qualcuno parla di “aria trasognata” e sembra dire tutto, ma non è così. In quel deserto bianco c’è spazio per una sola domanda. Ed è quella giusta.
Cerco rifugio nell’analisi logica. Il complemento è un magnete, l’attributo un giano. Non ti fidare. Fidati invece di Vanina Zaccaria.
Vanina è stata per me “levatrice di versi”. Li ha aiutati a venire al mondo (a stare al mondo) anche se già c’erano, già esistevano; però lo spazio e il tempo si piegano alla “mistica del cervello” (direbbe Amelia Rosselli). Forse ogni grandezza fisica, ogni parametro spaziale è “solo” un complemento al magnete della teologia e del bel canto.
Una meravigliosa recensione sulla rivista in lingua italiana e russa “Sussurri e grida” che voglio condividere con voi.

Giovanni Ibello

 

Una foto di Dino Ignani

 

Fotografia scattata da Dino Ignani alla finale del Premio di poesia “Città di Fiumicino” (28/10/2017).

Ringrazio l’autore per il graditissimo omaggio.

Giovanni

 

 

Philip Larkin, due poesie da “High windows” tradotte da Giovanni Ibello

THIS BE THE VERSE

They fuck you up, your mum and dad.
They may not mean to, but they do.
They fill you with the faults they had
And add some extra, just for you.

But they were fucked up in their turn
By fools in old-style hats and coats,
Who half the time were soppy-stern
And half at one another’s throats.

Man hands on misery to man.
It deepens like a coastal shelf.
Get out as early as you can,
And don’t have any kids yourself.

SIA QUESTO IL VERSO

Mamma e papà ti fottono.
Magari non vogliono farlo, ma tant’è.
Ti trasmettono le loro antiche meschinità
E aggiungono qualche extra, solo per te.

Però anche loro sono stati fottuti
Da alienati con cappelli e cappotti fuori moda,
Che passavano metà del tempo a poltrire
E l’altra metà a ghermirsi la gola.

L’uomo cede all’uomo la disperazione.
Sprofonda come una piega costiera.
Quindi sbrigati a levarti da mezzo,
E non mettere al mondo alcun figlio.

(dalla raccolta High windows, 1974)

THE TREES

The trees are coming into leaf
Like something almost being said;
The recent buds relax and spread,
Their greenness is a kind of grief.

Is it that they are born again
And we grow old? No, they die too.
Their yearly trick of looking new
is written down in the rings of grain.

Yet still the unresting castles thresh
In fullgrown tickness every May.
Last year is dead, they seem to say,
Begin afresh, afresh, afresh.

GLI ALBERI

Tornano sugli alberi le foglie
Qualcosa sta per essere annunciato;
Gli ultimi germogli si schiudono adagio,
Nel loro verde c’è una specie di dolore.

Forse loro hanno nuova vita
E noi invecchiamo? No, anche loro muoiono.
È questo il prodigio degli anelli di grano
sembrare negli anni, sempre nuovi.

Eppure, si scornano nel maggio
Turbate e solenni fortezze.
Sembrano dire l’anno passato è morto,
E ancora si riparte, e ancora e ancora.

(dalla raccolta High windows, 1974)

Traduzioni di Giovanni Ibello

Philip Larkin (Coventry, 1922 – Londra, 1985), poeta e critico musicale inglese, è stato uno dei piú celebri autori del Novecento. Tra le sue raccolte di poesia tradotte in lingua italiana, si ricordino: “Le nozze di Pentecoste e altre poesie” (Einaudi, 1969) e “Finestre alte” (Einaudi, 2002).

  • Articolo apparso sul blog di Poesia di Luigia Sorrentino per RaiNews il 10 gennaio 2018

Ilaria Grasso recensisce “Turbative siderali” per Poetarum Silva

La raccolta d’esordio di Giovanni Ibello, finalista al premio “Ponte di Legno” e al “Premio Fiumicino”, nonché vincitore del premio “Como Opera Prima”, si intitola Turbative siderali. Il poeta nei suoi versi di­chiara già dalla terza poesia il tema dal quale fa partire la sua riflessione poetica. Dice infatti «non scrivo di silenzio, ma di vuoto». La dichiarazione d’intenti, messa in priorità nell’ordine della silloge, sembra far pre­valere l’autenticità al mistero ben consapevole che in questo modo i suoi versi sono più efficaci e resi­stenti nel tempo, immagino.
Nella prima sezione, L’ultimo rantolo del sole, il poeta comincia da quella che potremmo definire “ontolo­gia del vuoto”. Il silenzio qui rappresenta una pura e semplice dimostrazione del vuoto:

Di quello che sognavi veramente
non resta che un silenzio siderale
una lenta recessione delle stelle
in pozzanghere e filamenti d’oro,
il riverbero delle sirene accese
sui muri crepati delle case

Ho letto per la prima volta questa silloge quest’estate in un pomeriggio di metà agosto, nella mia casa al mare, sul finire di un temporale estivo; Gianni, il gatto rosso di casa mia, sbuca da sotto il letto, dove si è riparato per i tuoni e riprende a farmi le fusa, e mentre la vita dopo l’acquazzone ri­prende leggo que­sto verso: «gatti che si amano di notte/ mentre l’acqua scanala nelle fogne».
Che bella sincronicità! mi dico pensando alla funzione della poesia, che serva anche a questo cioè a scopri­re ciò che di bello (e dolce) la vita possa offrirci se solo ci fermassimo a osser­varla. Il silenzio è dunque una condizione necessaria perché è solo grazie a esso che si manifestano più chiari i fatti della vita e ci si può congedare agli addii. Assume, dunque, un carattere sacro perché «Si viene al mondo/ in un tramestio di voci […] ma il commiato/ è un rito quieto:/ si celebra per sottra­zione».
L’io lirico di Ibello vive la vita come una colpa perché, dice nei versi, ce la ritroviamo tra le mani senza che nessuno ci abbia mai chiesto di “essere vivi” e questa colpa pesa ma il velo va squarciato perché «gli occhi sono l’ultimo confine dell’esistere», «resistono alla pietà del respiro che stenta». D’altronde na­sciamo con gli oc­chi chiusi, evidenzia il poeta, e solo dopo molte prove (o meglio sfide) accade che si impari a vivere senza più alcuna paura, come troviamo in questi bellissimi versi:

Siamo il non voluto.
Siamo l’involuto.
Il dolore che si addomestica,
il sogno eretico di un’ordalia

I versi di Turbative siderali trovano ispirazione dalle credenze popolari, dai misteri e accompagnano le vi­sioni che percepi­sco nutrite da un’iconografia medioevale e appartengono di certo a una precisa osser­vazione della real­tà. Nelle sezioni della raccolta trovo alcuni dei temi cari anche al pittore Hieronymus Bosch. Mi riferisco ai mo­tivi astrologici, popolari e alchemici. La prima sezione soprattutto, come ci svela già il titolo Turbative siderali. Nella voce di Ibello e nelle rappresentazioni di Bosch si moltiplicano le immagini simboliche in una continua incarnazione e raffigurazione di visioni sempre più inconsuete. Le poesie raccon­tano di figure tra l’animalesco e l’umano che vengono raffigurati in maniera grottesca, talvolta indecente («il fiato che disarma la parola/ la bocca ad asciugare la tua fica»).

Trovo in Ibello, come in Bosch, uno spirito ironico e ribelle che ha dato forma concreta a ciò che l’io liri­co respira nell’aria dei giorni che vive. All’interno del suo diorama poetico tra il nominato e l’innominato c’è la presenza di fiabe, maghi, alchimia, sette, eresie sullo sfondo di paure primordiali. Camminano attraverso le tappe obbligate del senso di colpa (peccato?), super-io (presa di coscienza?) ed emancipazione (riscatto).
Proprio nella seconda parte Turbative siderali che da il titolo alla raccolta che questo senso di sfida che alimenta la fame del suo riscatto riesce a stemperarsi sotto le macerie di un amore. Perché non c’è nulla di nulla di più umanizzante della forza dell’amore quando una storia d’amore finisce perché in quella so­litudine gli uomini “piangono di notte come i maiali, scontano la vita l’intensità di un orgasmo” mostrando tutta la loro impotenza e la loro disperazione come troviamo nella bellissima poesia Studi sulla fine:

Un bagliore rosso si flette nel cielo
la carcassa di una poiana
è riversa sulla neve.

Così penso che è facile morire
c’è solo da capire bene
che significa “lasciarsi andare”
seguire la parabola del volo.

Tenersi per mano, piangere,
cercare di non farsi vedere.
Tirare su col naso, reidratare
la bocca, articolare due parole.
Sapere che le pause
valgono di più quando si muore.

Ma il fatto di esistere davvero
solo nel momento della resa
mi fa guardare in faccia dio
gli uccelli, i pesci
gli eterni assenti,
la pietà degli uomini impotenti.

Ed è proprio da questo atto fondamentale che l’io lirico di Ibello trova la forza di trasformarsi, diven­tando una supernova le cui ceneri «se le vedi/ sono mancanza di vento».
La parola di Ibello guarda con «occhi sgranati che si scrutano nel mezzo di una feritoia». Nell’atto di sbirciare tutto parte perché osservare, ampliando il senso, vuol dire anche ascoltare, anche quando la parola «si riduce ad un’impronta del percorso che non porta nome, né volto, né voce».
Sono infatti la parola e il suo significato a regnare sovrani in Turbative siderali. Il suono viene da sé, pieno e appagante. Alla raccolta non mancano guizzi di originale contemporaneità (Poco distante, due uomini rol­lano erba/ sul sedile sbrindellato di una Panda,/ con la fiancata rigata da una chiave/ e il disco neomelodico che gira). La cosa però non mi stupisce affatto perché chi scrive la raccolta è un outsider. Difatti è avvocato e “match analyst” della squadra del Napoli.
La descrizione della sua Napoli è come lui, “fuori dalle ri­ghe”. Rappresenta infatti una città bagnata da un mare trafitto dalle navi mercantili cinesi dove Maradona si fa strappare una gramigna da una donna sotto un cielo che fa da sfondo al «volo disperato dei gabbiani mentre il temporale sgretola muri di tufo/ lastre d’amianto/ pietre d’ambra», o «i pannelli di eternit/ sgretolati dalla folgore».
Anche se nei versi di Ibello percepiamo molta denuncia per le condizioni in cui versa Napoli, non ho mai la sensazione di una rabbia devastante o di uno sterile vittimismo, forse un timido e tenero annichi­limento che il poeta sa trasformare e rappresentare in riflessioni metafisiche profondissime e piene di acume perché, come lui stesso afferma: «La guerra non finisce/ solo perché non la vediamo».

Fonte: poetarumsilva

Tomas Tranströmer, in memoria del gigante del nord

L’albero della luna è marcito e si sgualcisce la vela.
Il gabbiano volteggia ebbro lontano sulle acque.
È carbonizzato il greve quadrato del ponte. La sterpaglia
soccombe all’oscurità.
Fuori sulla scala. L’alba batte e ribatte sui
cancelli granitici del mare e il sole crepita
vicino al mondo. Semiasfissiate divinità estive
brancolano nei vapori marini.
Nel nord vagano le vere linci, con artigli affilati
e occhi sognanti. Nel nord dove il giorno
vive in una caverna giorno e notte.
Dove il solo sopravvissuto può sedere
alla fornace dell’aurora boreale e ascoltare
la musica dei morti assiderati.
Al punto di partenza. Come drago sprofondato
in una palude tra vapori e fumi, sta
la nostra costa vestita di abeti. In lontananza
due navi a vapore gridano da un sogno
nella nebbia. È questo il mondo inferiore.
Foresta immobile. Immobile superficie acquea
e la mano che l’orchidea tende dal fango.

Tomas Tranströmer, il nostro adorato gigante del nord.

Gino Scartaghiande, una poesia

 

Foto di Dino Ignani

“Coltiva questa frantumazione vetrosa
all’interno di te. Frantuma i milioni
di finestre divisorie, lascia che lo sfaldamento
prenda luogo dove entra l’esistenza.”

Gino Scartaghiande

 

 

Giovanni Ibello sulla poesia di Mircea Cărtărescu, una nota di lettura

Mircea Cărtărescu, nato a Bucarest nel 1956, è considerato uno dei più raffinati autori dell’Est Europa, nonché il precursore di una generazione di poeti vissuti negli anni ’80 sotto il regime di Ceausescu.
Nella poesia di Cărtărescu, mi stupisce la straordinaria capacità dell’autore di “desaturare” lo scibile.
Infatti, a mio sommesso avviso, una delle prerogative del vero poeta è saper individuare quello spazio obliquo e malfermo, dove il reale si fa elettrico e desueto, con l’intero cosmo che riverbera senza disciplina.
Cărtărescu, dunque, ci offre una sorta di anteprima postatomica: una visione abbacinata dell’esistenza, frutto di un dinamismo che tiene conto del moto di rivoluzione della terra, del delirio chimico della clorofilla, dei combustibili fossili, del silenzioso fervore dei microcosmi. Eppure, al di là di questo buio caos, il dettato lirico del poeta appare straordinariamente compatto, limpido (come se questo fosse l’unico scenario possibile), pregno di una commovente malinconia che si rivela poco a poco e lo fa per paradossi. L’autore, ad esempio, ci racconta l’amore carnale, ma distratto… l’abisso, ma anche il “merito” della solitudine. E allora nella poesia di Cărtărescu ci accorgiamo che il lavandino si innamora delle stelle stampate sulla tenda, o che nel ristagno di benzina la luce ricama tutti colori dell’iride. Esiste, in definitiva, un processo di sussunzione dell’accadimento, che muta la prospettiva, che muta i cardini della percezione convenuta.

Giovanni Ibello per Poesia, di Luigia Sorrentino

Giovanni Ibello su “Amore in piazza” di Vladimir Levchev

“Amore in piazza” (Terra d’ulivi, 2016) di Vladimir Levchev è una straordinaria raccolta antologica che, secondo il parere di chi scrive, è un manifesto che definisce una certa idea di poesia.
L’opera (tradotta da Emilia Mirazchiyska e Fabio Izzo) è ripartita in tre sezioni: “Amore”, “In piazza” e “Dio”.
Partiamo, insolitamente, dal mezzo: nella sezione “In piazza” l’opera assume i toni freddi e disadorni della migliore poesia civile. D’altra parte, l’autore decide arbitrariamente di valicare lo spazio incolore della narrazione, così che la parola poetica apra un transito, una necessaria connessione tra i freddi resoconti della cronaca (nella fattispecie la dittatura di Zivkov) e l’infinita grazia del sogno.
Levchev ci racconta l’omertà dei muri in rovina, la tenebrosa Sofia e le pieghe del socialismo nei sogni dell’albero marcio (non ha più foglie, fuori, la quercia, vive dentro una combustione interna).
Pur essendoci un indefettibile trait d’union (un’ineludibile tensione all’immaginifico) tra le diverse sezioni, in “Amore” e “Dio” il dettato lirico ci restituisce un sublime (in chiave kantiana) dialogo con l’assoluto. Levchev, pur non lesinando fini didascalici (a differenza dei grandi “maestri della veggenza”), dimostra la nobiltà e la fierezza di un templare: occorre un indomito coraggio per scrivere versi così spietati.
Non è facile ammettere che la grande poesia dei secoli è certamente una forma di preghiera laica, che la visione è tutto… perché la mente è Dio.
Levchev ci insegna che la parola resta uno strumento per definire le gerarchie celesti, che se le parole ci creavano, oggi ci distruggono. Proprio come l’amore. Ti amo perché tu non esisti, prorompe l’autore, ma ti abbraccio come uno che sta per affogare. Mi volgo a te come il girasole verso un fiammifero, mentre il tramonto strepita dietro le cattedrali…
L’amore, dunque, è una polveriera nucleare, un essere feroce e insaziabile che tutto divora nel gelo d’oriente. L’amore in piazza è un’idea di disarmo.

 

Giovanni Ibello per “Poesia, di Luigia Sorrentino”

La poesia di Simone Cattaneo, nota di lettura di Giovanni Ibello

Nota di Giovanni Ibello

Già in passato mi sono occupato della poesia di Simone Cattaneo. Pertanto, sono ben lieto di reiterare quanto precedentemente espresso e condiviso sulle figure magmatiche di questo autore. Qui siamo di fronte a un testo anti-sperimentale, dove i toni caustici del poeta rivelano un tormento, il dramma “dell’abitare il corpo”.
Per Simone Cattaneo la bellezza si declina in una folgore, nel prodigio che sospende, ma non salva. Lo stupore di certe figure celesti addomestica l’Idra-vita ma non lo decapita, fungendo dunque da contraltare all’orrore dell’essere umano, alla recessione spontanea delle stagioni, degli “adorati ascoltati meno”. Fossero i benvenuti loro, scriveva Bellezza. Ecco il canto dimenticato dei reietti, la subornazione di un testimone ostile.

Da Nome e soprannome

Me ne stavo sdraiato sul pavimento del bagno
a cantare l’unica canzone in inglese
che conosco e a sputare cercando di colpire
un piccolo ragno sul muro,
quando la forma indecisa del mio braccio mi è parsa
simile alla bacchetta di un rabdomante che si piega
in prossimità di una qualsiasi sorgente d’acqua ormai prosciugata,
e allora ho deciso che non sarei morto soffocato dalle parole
che incendiano la giornata e ci frustano il viso senza motivo
avrei bene o male tirato a campare ancora per un po’,
il tempo necessario per non regalare
tutti i fiori di legno che offuscano la mia casa
a donne amate da anni e non incontrate mai.

Simone Cattaneo, Saronno (1974-2009), in poesia ha pubblicato:
Nome e soprannome (Atelier, 2001), Made in Italy (Atelier, 2008).

Nel 2012, Ponte del Sale editore ripropone tutte le sue poesie più brani inediti nel volume “Peace & Love”. Le sue poesie sono state altresì pubblicate su “Atelier”, “La clessidra”, “Hebenon”, “Poesia”, “Letture”, “Graphie”, “Tratti”, “Clandestino”, ”La Mosca di Milano”, “Il primo amore” e “Ore piccole”.

Articolo pubblicato su “Poesia, di Luigia Sorrentino”

La poesia di Alessandro Ceni (una nota di lettura di Giovanni Ibello)

La poesia di Alessandro Ceni sembra quasi un rituale di recessione, una metamorfosi di elementi che si deformano, di insetti dormienti, di erbe gelate nello stomaco del bue.

Attraverso un processo di accensioni visionarie, le riflessioni metafisiche dell’autore ci conducono a una spudorata evidenza del nulla.

La scansione dei versi è regolata da leggi “autonome”; pertanto l’eleganza della parola si alterna a un impeto, a una risolutezza espressiva che spiazza anche il lettore più attento.
Al di là degli inevitabili richiami a Walt Whitman e Dylan Thomas, Alessandro Ceni resta un poeta fedele a sé stesso, un autentico numero primo.

L’impressione è che per l’autore la “natura delle cose” si risolva in un’esperienza sinestetica e drammatica, dove l’assenza è generata dal tumulto del tragico e l’io regredisce spontaneamente nel selvatico, in un bianco primitivo, senza storia, senza dominio e per questo “prossimo al divino”.

 

Da La natura delle cose, Milano, Jaca Book 1991

Ecco il buio spezzacuori
e i trampolieri dei suoi sentimenti
dove un no ancora pende
con una gamba levata
sopra l’amante in silenzio
che ode rompersi
i biscotti ed assentarsi l’istante:
sbriciolato sulla superficie
El così camminava le acque.

Da qualche parte in noi
ho sentito ridere,
gli alberi ambulare sulle punte
con le cime apparecchiate d’uccelli
spalancati nel buio,
dai bisbigli
la notte notte
e frusci e susurri e sospiri,
gli scheletri orribilmente incrinare
per le fattezze di un tempo e
sperare sotto il padre mare:
nell’ora dei sogni veritieri
El premendo e penetrando
s’avvolgeva la testa.

Ecco la bocca piena del loro amore splendente
spunta sulla boscaglia tremolante del mondo,
finito il moto
per un secondo ancora
sbatte e colpisce la luna,
i satelliti s’inceppano
in una vecchia promessa
e insieme voltano ammainati i venti:
il tuo abbraccio la spezza
il tuo cuore è inadatto
la tua lingua incomprensibile,
El per non farla diventare
la sorprendeva.

Da qualche parte in noi
libero è uno spazio da alberi,
dove le cicogne precipitano stecchite
picchiando le carlinghe dei razzi
per far loro perder la testa,
le rotte piangendo s’invertono
passano il deposito
gli hangar in cui rulla e s’appronta Saturno
e non possono prender la Terra,
anzi, senz’erba neppure: sfiorate
le leve segrete
le albe uscivano
ronzando come dischi,
come da una ferita mal riparata
il sonno degli esseri esce in vapore,
ma era la Terra
che le partoriva
ed El col buco nero le divorava,
il finto pescatore assopito e andato di sotto
spezzando la lastra del mare.

Ecco se il gran Sole e se l’Immenso
non fossero
ma fosse soltanto
lo scampanìo delle mani
quando ci si saluta
e il missile puntato, la navicella degli atomi,
i motori che più non ci abbandonano
e vertici linee che incessanti proclamano
d’ossidiana e lapilli la fattura del cielo,
l’altro mare a specchio
d’anemoni e formine, e in
questo nostro scrutiamo
di quello la pomice lunata,
la semplice fosforescenza degli astronauti:
il lento verde e
fluitare dei canali,
limo che mai vide e capì
minacciato dai tonfi
e di tuffi dalle massicciate,
o suono delle parole che non si dissero,
i non visti abitatori
in ascolto del vento che mai spira,
picchettati per i capelli
come Lilliput
dalle alghe e dai molluschi,
desti ai bengala dell’Asino e del Bue
e al mugghio del Bambino contro le stanghe:
da qualche parte in noi,
i marziani immobili osservano
sostare il nuoto innamorato degli sgombri
e un lugubre sole accomiatarsi,
cerimonioso, temperando un legnetto,
coi volti pensosi trascolorano
ai nomi delle fidanzate terrestri,
lontane lontane e
rifiorite per loro nei loro cuori verdi:
El soffiò in un’onda di vetro
una sfera
perché anche quel poco soltanto non fosse.

Alessandro Ceni (Firenze, 1957).
In poesia ha pubblicato:
I fiumi d’acqua viva, Milano, Guanda, 1980
• Il viaggio inaudito, con una nota di Milo De Angelis, Riva del Garda, Tosadori, 1981
• I fiumi, Milano, Marcos y Marcos, 1985, 19902 ISBN 8871680359
• La natura delle cose, Milano, Jaca Book, 1991 ISBN 8816520035
• Nel regno, introduzione di Roberto Carifi, Forlì, Nuova Compagnia, 1993
ISBN 8886213018
• Il pieno e il vuoto (antologia), prefazione di Piero Bigongiari, postfazione di Roberto Cafiri, Milano, Marcos y Marcos, 1996 ISBN 8871681673
• Ossa incise e dipinte (9 poesie e 14 tele), Porto Sant’Elpidio, L’Albatro, 1999
• Tra il vento e l’acqua, introduzione di Andrea Ulivi, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2001 ISBN 888747821X
• Mattoni per l’altare del fuoco, Milano, Jaca Book, 2002 ISBN 8816520213
• Nella valle dello Scesta, Milano, Il ragazzo innocuo, 2009
• Parlare chiuso. Tutte le poesie, Puntoacapo, 2012 ISBN 9788866791171

 

Articolo pubblicato su Poesia di Luigia Sorrentino

Giovanni Ibello su “La disponibilità della nostra carne” (di Laura Liberale)

Articolo apparso su Poesia, di Luigia Sorrentino il 16 giugno 2017

Nota di Giovanni Ibello

“Ricostituiscimi (…) a me restituiscimi”, scrive Laura Liberale in un testo, davvero struggente, tratto da “La disponibilità della nostra carne” (Oèdipus, 2017). Quest’opera si snoda intorno a un grande paradosso: è solo parzialmente imperniata sul “vissuto” dell’autrice. Difatti, l’elemento autobiografico ricostruisce più che rievocare. In realtà, sarebbe più opportuno parlare di “un futuro simulato”, di un non voluto. Di un involuto. In quest’opera, il magma-verso è sì incandescente, ma potenziale. La poesia della Liberale invoca qualcosa che non è destinato a trovare compimento. Il corpo dell’innocente si disincarna dall’alea della madre, e richiama il tradimento dell’acqua, l’ultima misura del danno. L’opera costituisce un unicum nel panorama letterario contemporaneo, spesso ingolfato da una poesia eccessivamente diaristica e autoreferenziale. Qui, invece, il dettato poetico dell’autrice è scarnificante, e procede per coppie oppositive, dove la “dialettica della colpa” (schermarsi dietro una sineddoche: la parte per la vergogna del tutto), la viltà dell’ingenerato… invoca una parziale (mai piena) redenzione (pensavi forse non avesse un prezzo?). Eccola, la parabola dell’inizio e della fine, il testamento spirituale che si annuncia sin dal primo verso in esergo: Foste un dilapidato tutto. Siete. La parola poetica è sempre vittima di un processo di sussunzione che riconduce all’amore e alla morte. Non c’è pace, c’è solo la lingua, l’odore della carne portato nell’abbraccio e lo strumento-parola che contestualmente individua una “dipartita della parola”. Il verso si fa reticente perché sfida la sacralità del silenzio. A ben vedere, lo scopo della Liberale è quello di invertire un destino, ascrivendo alla poesia una funzione alchemica: insomma, qui il poeta si fa demiurgo e s’impone sull’accadere. Nel processo di rastremazione dei suoi versi (non ti voltare finché le parole non siano assolute come ossa), l’autrice intraprende un dialogo, una lunga trattativa con l’assoluto: contempla nella medesima misura, il tremendo-oggetto come il tremendo-forma. Questo è il sadismo della parola, il disarmo dell’umano, il fallimento di un’ordalia… Laura Liberale, dunque, restituisce la “verità della carne” e apre una finestra di dialogo con l’oriente. Esorcizza il dramma, decifrando il transeunte con una piena e voluta recessione della mente. Questa è poesia di tutti. Abbiatene cura.

Quando ti attornieranno i vivi

chiedendoti: Mi riconosci?

non sentirai che la membrana

di due bocche a sfiorarti

il pochissimo dei pugni nelle orbite

a strappare lo sguardo che negasti.

Vedranno sé stessi una volta sola

attraverso i tuoi occhi liminari:

Non ci riconosciamo, ti diranno

non crescono specchi nel nostro prato.

 

I parenti circondano il moribondo e dicono: “Mi riconosci? Mi riconosci?”.

Chāndogya-upaniṣad, VI, 15, 1

 

*

 

E dunque lei muore.

Un altro mistero s’ingrotta

di donna consanguinea

di stele che non aprì alfabeti.

 

Finisce in piaga la carne:

la consunzione come punta

di un iceberg familiare.

 

*

 

Ricostituiscimi

ripete chi fu fatto a pezzi

al fuoco volto a mezzogiorno

che diede al sangue un battito marziale.

A me restituiscimi.

E il sangue si abbandona al proprio sperpero

si dissipa, impotente.

 

Certe donne credono che solidificandosi

il sangue possa generare un figlio.

 

 

Quando smembrarono Puruṣa, in quante parti lo divisero?

 

Ṛgveda, X, 90, 11

 

*

 

La madre è il leone nero

che infrange a unghiate

la cupola dell’infanzia.

Sapere è bucare la luce

aprire varchi d’ombra.

Questi pezzi disseminati

sono l’ultima misura del danno.

Giovanni Ibello sulla poesia di Claudia Ruggeri (una nota critica)

Articolo pubblicato il 28 ottobre 2017 su Poesia, di Luigia Sorrentino (http://poesia.blog.rainews.it)

È il 27 ottobre del 1996 quando Claudia Ruggeri decide di lanciarsi nel vuoto: ha solo 29 anni e una bellezza adamantina. Insostenibile.
La sua poesia, un lungo testamento precoce fatto di accensioni visionarie e virtuosismi lessicali, è oggetto di un percorso ondivago. Parliamo di una poetessa per lungo tempo dimenticata dalla critica (accademica e militante), ma anche mitizzata da un nutrito gruppo di fedeli seguaci.
Forse il primo che si è concretamente interessato alla sua opera è stato Mario Desiati che nel 2005, le dedica un lungo intervento sulla rivista “Nuovi Argomenti”, con la contestuale nonché parziale ripubblicazione di “Inferno minore”.
La poesia della Ruggeri, feroce ma decadente… ha il tono di una tragica profezia: è barocca e dissacrante, dal lessico eclettico e senza pudore.
Un dettato scarnificante che non inganna – non finge – è un dire escatologico che tuttavia, chiede al lettore uno sforzo. Il lettore deve tendere la mano, deve fidarsi. Solo così si compie il passaggio, il rituale della parola che – citando Luzi – “tocca nadir e zenith”. Solo così tutto si tiene.

Da “Inferno minore”

se ti dico cammina non è perché presuma
di parlarti: alla montagna, alla malìa
di milioni di lame, arrivarono a migliaia
cose nude si sparirono bestie, alla neve
al malozio della trappola, tutto
s’esiliava a quel richiamo disanimale.
ma chi nega che in tanta sepoltura
sia avvenuto al pendio un biancore vero
o lo strano brillio che ti destina se la passi,
e pur e pur non sfondi
alla tagliola che non scatta, e più
non stravolge l’inerzia della lettera, ne anche
tiene lo sporco della suola; si noda
tutta al Trucco che l’immàcola, s’allenta,
a tratti s’allaccia cose che muoiono,
solo scali, cose già sganciate…
a te a te altro ti tiene, non la parola,
per te s’alleva una tortura dentro la bara
della Figura, una condanna alla molla
maligna del Carnevale abominevole, alla cantina
cattiva di finisterrae violenta
dove s’aduna, al molo, ogni bestiario
qualunque personaggio, alcun oggetto, per una muta
buia dell’attore, per un aumento in male, per l’alta
fantasia che mi ritorna di tanta cerimonia
incorreggibile, per una benvenuta dismisura, per
me che fui per te senz’anima
e feci un patto al malto
sul seme di un’estate
dove esplose la vena che divina;
che sbotola che lima, per te seppi, se sia l’afrore
o la Macchia del logoro, che cova sul monte
il fondo lo scatto l’inverno del falco.

Claudia Ruggeri (1967 – 1996) in poesia ha pubblicato:

“Inferno minore”, L’Incantiere, Laboratorio di poesia, Università di Lecce, 1996 (postumo)
“Inferno minore”, con inediti, Ancona, peQuod, 2007 (postumo)
“Canto senza voce”, Lecce, Terra d’Ulivi, 2013 (postumo)
“Uovo in versi”, Lecce, Terra d’Ulivi, 2015 (postumo)