Le parole di Grace

Spazio letterario a cura di Giovanni Ibello

Turbative siderali su Poetarum Silva (nota di lettura di Francesco Filia)

La prima raccolta di Giovanni Ibello – Turbative siderali, Terra d’ulivi 2017, con postfazione di Francesco Tomada – è un testo di grande impatto e di potente dettato, non usuale in un libro d’esordio. I versi di Ibello, che procedono spesso per illuminazione e accensioni visionarie,sembrano un giovanile testamento e, come tutti i testamenti precoci, ha momenti di abbandono ma anche punte acute di dramma e disastro, con gli occhi sbarrati nel tuorlo magmatico dell’alba e le spalle al muro in una tensione tragica e irredenta che attraversa la scena disegnata dai versi, mentre si sente il rombo assordante del silenzio che copre ogni cosa, l’agitarsi della vita colta nella sua dimensione di gettatezza, perché mai nessuno ci ha chiesto di essere vivi, e disperazione. In molte poesie è presente, però, anche la tensione spasmodica dell’amore che si manifesta attraverso la spietatezza della mente e dello sguardo che scorgono il reale e la pietà della parola che lo dice, ma soprattutto attraverso il dimenarsi dei corpi, il loro essere corruttibili, la parabola inesorabile che li attraversa, che li fa ritornare all’inorganico, allo stato previtale da cui ogni cosa proviene. I corpi ritornano cellule, ossa, polvere, l’esistenza ritorna da dove è venuta, i cadaveri ritornano feti in un gesto di ancestrale inermità e nudità. Tutto sembra essere sotto lo sguardo di divinità pagane che osservano implacabili l’eterno ripetersi del divenire nel suo ciclo di creazione e distruzione – simboleggiato dalle acque, presenti nei versi non nella loro dimensione sorgiva ma nel loro scorrere, nel loro scolare verso gli abissi – con uno sguardo che illumina tagliente la vita e la eleva a un attimo di attonita bellezza, ma che non la redime. La colpa di esser nati è irredimibile. Un sole mediterraneo accende ogni cosa e acceca i viventi e, dallo sfondo della scena, nell’ultima sezione del libro, emerge Napoli, città natale dell’autore, emblema ancestrale e perenne della condizione irredenta dei mortali.

Francesco Filia

***

Hai sognato lo scisma dei santi
il mistero della cernia ermafrodita.
Hai sognato
la vergine delle dune
e aceto per le antilopi erranti.
Quando ti vedo dormire
la notte profuma di arance.

(…)

È questo il destino dei corpi:
le amnesie lunari
la lesione tellurica del buio.
Mai nessuno
ci ha chiesto di essere vivi.

 

 

Di quello che sognavi veramente
non resta che un silenzio siderale
una lenta recessione delle stelle
in pozzanghere e filamenti d’oro,
il riverbero delle sirene accese
sui muri crepati delle case.
Così dormi, non vedi e manchi
il teatro spaziale delle ombre.
Il desiderio è l’ultimo discanto.
Ma quanti gatti si amano di notte
mentre l’acqua scanala nelle fogne.

 

 

Nei quartieri residenziali
i colombi sbucano dalle fogne
dalle cavità del tufo
dai tramezzi in cemento.
E mi piace pensare
al respiro dei cardini,
ai palpiti dei basamenti
ai rituali d’amore inascoltati
nell’endometrio delle case.

 

Quando tutto sarà finito
sarà il sonno a irrigidire gli occhi
ma prima della fine
c’è una retrospettiva lenta dell’infanzia
una campionatura degli amori.
Poi il respiro si risolve
in un orgasmo neuronale,
è come un’implosione
di pianeti nella mente
una turbativa siderale
del corpo che ritorna seme.

 

 

Perché dopo la morte
resta solo il nome
e un silenzio irrisolto
uno sfrigolio di corpo
che si decompone.
Ma le unghie sono spade lucenti
ancora troppo legate alla vita
brandite dalla mano che cede
all’ombra adunca dei tulipani.
Il prete si guadagna da vivere,
ma la bocca che pregava
non era pronta a baciare le tempie
e le mani strette sul petto
sono quelle del feto
che per istinto
si difende.

 

 

Flaashes e dediche, prof. Martella (UNIBO) su Turbative siderali

FLASHES E DEDICHE – 55- IBELLO TURBA ANCORA

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FLASHES E DEDICHE – 55- IBELLO TURBA ANCORA

Repetita juvant…torno ancora una volta sulle “Turbative siderali ” di Giovanni Ibello (Terre d’ulivi 2017) a mio avviso uno dei libri migliori di questo 2017 (e non solo), ospitando l’accurato intervento del Prof.Martella dell’università di Bologna. Buona lettura.

Mi appresto a leggere con una certa curiosità questo libro di Giovanni Ibello,  dal titolo che fa venire i brividi: “Turbative siderali”. Sono appena rientrato a casa a Pianoro da Bologna dove al Ritrovo di via Centotrecento ho assistito a una presentazione di varie sillogi di poesia, uscite di recente per i tipi di Terra D’ulivi. Nella vivace formula della reciproca presentazione a coppie (un autore discuteva l’altro), ho avuto modo di ascoltare ancora voci che conoscevo già, frammiste a voci nuove. Fra queste ultime, questo Giovanni Ibello, di soli 28 anni, mi ha molto incuriosito ed è poi stato così gentile da regalarmi una copia della sua prima raccolta di poesie. Credo che il mio fiuto non mi abbia tradito, dal primo verso, quasi un esergo lasciato cadere giù dal cielo a piè di una pagina bianca, come una meteora, come se prima ci fosse già stato un poema o un mondo tutto intero, ora scomparso: “la nudità è dei corpi, il resto è mistificazione.” (6) Apodittico, non c’è che dire. Quanto rischio si prende questo ragazzo, il rischio di un tonfo senza fine e di una stroncatura memorabile, ma basta sospendere il giudizio, voltare pagina e mettersi in ascolto: “di quello che sognavi veramente/ non resta che un silenzio siderale/ una lenta recessione delle stelle/ in pozzanghere e filamenti d’oro,/ il riverbero delle sirene accese/ sui muri crepati delle case.” Rimango inchiodato a leggere lo spartito di questa musica cosmica per voce di ragazzo e svariati strumenti.  Di filato arrivo a una magnifica eutanasia del perdono, un testamento scarno, sillabato della voce umana che si fa altro per assenza di tempo, in un trittico perfetto che scandisce l’esserci nella sua costitutiva, biologica, incolpevole vocazione alla morte:  “non scrivo di silenzio ma di vuoto… Preferisco celebrare/ questa lenta eutanasia/ con il corpo imperlato di sudore/ e gli occhi sgranati/ sopra un prato di stelle radioattive…. ma malgrado tutto il male ricevuto/ “io non ho paura”/ perché non c’è più tempo, non c’è tempo… Perché davvero/ non è questo il tempo/ di chiedere perdono.” (9-10)  Si avverte qui una singolare franchezza di tono, un’arroganza formale, quasi una sprezzatura nel condurre a termine volta a volta alcuni grandi generi del discorso letterario o musicale. Prima è stata la volta del Requiem, ora tocca alla lirica d’amore: “Basta canzoni d’amore… Hai sognato lo scisma dei santi/ il mistero della cernia ermafrodita.” (11) Che dire? Presto l’amore e la morte si incroceranno di nuovo: “io non sapevo intonare il Requiem dei morti/ il volto stremato di un uomo che ha perduto l’amore…la fame dei ratti, la pazienza dei ragni/ che filano trame greche nella gola/ che separa il cemento dalla rena.” (13)

Amore e morte vengono coniugati in diverse tonalità, ripetutamente, come nello sviluppo di una fuga musicale che presto tradisce la sua nota dominante, il disincanto sincero e spietato: “E’ questo il destino dei corpi:/ le amnesie lunari/ la lesione tellurica del buio. Mai nessuno/ ci ha chiesto di essere vivi.” (15)

Come nello Stabat Mater di Bach, ora il connubio di compassione e maestria del verso lascia trasparire una luce oltre il suono, “Perché gli occhi sono/ l’ultimo confine dell’esistere,/ perché gli occhi resistono/ la pietà del respiro che stenta.” (16) Morte terribile e leggiadra. Così continuo a leggere ma più ancora ad ascoltare. La franchezza del dire qui richiede infatti la scienza e la pazienza dell’ascolto. E così via, così via in una serie di variazioni sul ferreo nesso fra amore e morte, intonate da una voce fuori campo che sempre varia la propria distanza dall’umano fino alla tremenda, impersonale preghiera di un eretico che ci rende la polvere cosmica in forma di parole, e come dopo un Big Bang, ci offre la forma minima del silenzio, trasumanando: “Vieni/ sull’altare dei senza Dio,/ incontrerai uno stormo/ di libellule in amore.” (19) E poi stupendamente ancora la morte resa nell’intreccio delle sillabe, finché “il respiro si risolve/ in un orgasmo neuronale,/ è come un’implosione/ di pianeti nella mente/ una turbativa siderale/ del corpo che ritorna seme.” (20)

Si comprende allora anche il senso del titolo di questa prima sezione, “L’ultimo rantolo del sole.” Tanto basterebbe forse al lettore, ma inizia la seconda parte. Come nello sviluppo di una Fuga per Canonem, o meglio attraverso il canone poetico del Novecento.  E’ uno sviluppo a più voci o contrappunti del contrasto tematico iniziale tra amore e morte. Variazioni ai limiti tonali, che sfiorano il rumore e il silenzio, volta a volta: sono le “Turbative siderali” della II parte, appunto. Così dopo l’implosione cosmica, di nuovo sboccia “lo stupore della vita” benché racchiuso dentro il paradosso “che si viene alla luce/ con gli occhi serrati.” (23) A ribadire ancora il disincanto e la franchezza che costituiscono il connubio dominante, la cifra di questa poesia. Ne veicolano l’intenzione dissacrante del luogo comune, del partito preso della fede e del perdono, ma senza alcuna disperazione. Non mi soffermo altre perché si tratta appunto dello sviluppo di temi e di stilemi di già esposti e collaudati nella prima parte. Gli accordi già accennati ora sono ripresi e variati fino alla dissonanza. C’è da dire solo che si tratta di uno sviluppo in chiave minore, in questa fuga cosmica dove si avverte la fragilità della vita al suo stato embrionale, nell’umore di mandorle e di sperma, freschi nel mattino. E attraverso la fuga musicale si intravvede l’impeccabile trama biogenetica e astrofisica che regge il tutto, o almeno così crediamo che sia: 24 “c’è una meccanica della trasparenza/ un’equazione che si risolve/ in quei pochi respiri profondi/ che ti concedi quando tremano le mani.” O ancora “un diagramma di materia nuova/ riproduce fedelmente… il calco delle ossa/ la nomenclatura delle vene/ e un incavo d’ali nelle scapole.” L’abisso di suoni e immagini in cui si scioglie “Una memoria di cera/ sulle ascisse del sole.” (25)

C’è una maturità sorprendente in questa parola giovane e schietta, una consapevolezza poetica che riassume, nelle misure del verso, le stagioni della vita, nel “sapere che le pause/ valgono più quando si muore” (29) e che “la follia d’amore/ è un dio minore” (31) che deve cedere all’imperativo della fine. Anche questa seconda parte di sviluppo comunque si chiude, in perfetta simmetria con la prima, sulla nota della inconciliabilità del perdono con la franchezza della voce. E’ la sua cifra, una franchezza organica, tellurica, siderale che suona a distanza variabile dall’umano, a seconda dei casi, fino alla dissacrazione ironica, terra terra del topos dell’addio: “Sei andata via dopo avermi detto/ che l’unico silenzio che comprendo/ è l’attesa di un calcio di rigore.” Salace, esilarante sublime nota sul silenzio. Non giurerei che si tratti di un anticlimax, so solo che mi piacerebbe avere una tale lapide perché amo sia il calcio che il silenzio.

Quanto alle influenze, ai modelli alti europei, si può forse cogliere una eco della Terra Desolata di T.S. Eliot sia per il tema che per la babele derisoria delle lingue inscenata a pagina 37. E poi, chissà, Mandelstam per la tensione tra metafisica e nota elementare. O Dylan Thomas per l’insistenza onirica sulle radici intrecciate dell’amore e della morte, e per la musicalità che sa spostarsi ai limiti tonali. Fra i nostri, sicuramente Caproni per la franchezza di tono e la concisa musicalità del verso.

Per quanto riguarda la musica, penso al Bach dell’Arte della fuga o allo Shonberg sidereo di Verklärte Nacht, o al Nono della Fabbrica illuminata per l’infinita compassione che si avverte pur in assenza di perdono.

E come in ogni fuga musicale che si rispetti c’è una coda in cui soggetto e contro-soggetto, amore e morte si fondono insieme, l’ultima parte, la “scena madre” che consiste in una sorta di  ritorno a casa, una vertiginosa messa a fuoco della Terra, del nostro paese, di Napoli, coi suoi dettagli squallidi, come “il sedile sbrindellato di una Panda” dove “due uomini rollano erba” (44) farfugliando parole incomprensibili, o la scena dove un prete “adesca/ la sua madonna nera” (47) mentre “Il vulcano è il simulacro/ di un sacramento proibito.” (48) Dove infine si conclude questo crepuscolo degli idoli sub specie temporis nostri: “C’era l’immagine di Maradona/ sopra un muro di cemento…..Con una mano cercava la palla/ con l’altra stringeva nel pugno/ una radice di gramigna/ che sporgeva da una crepa,/ fino a quando una donna/ decise di estirparla/ con un gesto solo,/ risoluto che diceva:/ ‘l’amore perduto non ritorna’.”  (49)

Questo giovane è davvero un maestro della demistificazione ai vari gradi della catena dell’essere. E questo poemetto, perché di questo si tratta, così si chiude su una dissolvenza che fa pendant con l’inizio, l’esposizione del tema, come una coda onirica di una fuga polifonica: “e il fango e i piedi nudi dei fanciulli/ il mondo fuori, la terra dei fuochi/ l’aria cinerina/ non sarà che un parlare ozioso.” (51)

Seguendo l’analogia musicale, concludiamo che dopo la perentoria esposizione del tema ogni variazione è rimasta all’altezza della sua franca promessa. Alla fine della sua esperienza il lettore ha l’obbligo di rispondere con altrettanta franchezza: per quanto mi riguarda dico senza mezzi termini che siamo di fronte a un piccolo capolavoro.

 

Giuseppe Martella

 

Poesia del giorno su blog di “Carteggi letterari”, grazie a Laura Liberale per la selezione

La poesia del giorno: “Non scrivo di silenzio, ma di vuoto” – Giovanni Ibello

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La poesia del giorno: “Non scrivo di silenzio, ma di vuoto” – Giovanni Ibello

Da Turbative siderali, Terra d’ulivi edizioni, 2016

(selezione di Laura Liberale)

 

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Ancora una traduzione in Spagna per le mie Turbative Siderali: grazie al “Circulo de poesia”

“Prefiero celebrar

esta lenta eutanasia

con el cuerpo aperlado de sudor

y los ojos exorbitados

sobre un prado de estrellas radioactivas

y cerdos degollados

tendidos sobre un costado. “

 

La poesía de Giovanni es una introspección ante el amor perdido y el entorno latente, con versos entonados con imágenes pulidas y clarividentes, el oficio del poeta no es tomado a la ligera, se tiene particular cuidado en la escritura del poema singular que en la totalidad de su obra denota una extraordinaria capacidad de llevar a la palabra al punto justo donde encarna la emoción, la devoción, los sentimientos y el pensamiento de una mente singular, que lucha contra demonios con los rayos de una estrella que a veces pareciera en extinción pero que, no obstante, revela una pasión que no se aísla de la vida que se crea con cada palabra, que va del paisaje celeste al asfalto, de la herejía a la divinización, de los cuerpos que tiemblan, de la belleza, del dolor plasmado, pero sobre todo de la poesía como medio que con el verbo salva al poeta en su sentirse inadecuado,  del mundo que lo rodea regresando a la materia prima, al semen que es palabra que construye y subsiste aun con la ausencia.

Las “Turbaciones siderales” de Giovanni Ibello tienen el valor quien se aprehende a la vida misma a veces desleal y cruenta en un mundo adverso pero que al mismo tiempo se presenta lleno de instantes privilegiados que restan unidos en la memoria. Ésta es la contradicción de vivir poeta.

 

La nudità è dei corpi, il resto è mistificazione.

 

La desnudez es de los cuerpos, el resto es mistificación.

 

***

 

 

 

Di quello che sognavi veramente

non resta che un silenzio siderale

una lenta recessione delle stelle

in pozzanghere e filamenti d’oro,

il riverbero delle sirene accese

sui muri crepati delle case.

Così dormi, non vedi e manchi

il teatro spaziale delle ombre.

Il desiderio è l’ultimo discanto.

Ma quanti gatti si amano di notte

mentre l’acqua scanala nelle fogne.

 

 

De aquello que soñabas realmente

no queda más que un silencio sideral

un lento descorrer de las estrellas

en charcos y filamentos de oro,

el centellar de la sirenas encendidas

sobre los muros agrietados de las casas.

Así que duerme, no ves y haces falta

el teatro espacial de las sombras

El deseo es el último desencanto.

Pero cuantos gatos se aman de noche

mientras el agua cincela en las alcantarillas.

 

 

 

 

After rain

 

Il diaframma

è sotto l’arco del giorno,

lo vedi

l’ultimo rantolo del sole?

Questo è l’anatema della terra,

       la nuda prigione

di un costato.

L’iride

      l’argento nero

nel vuoto delle ossa cave

     si risolve

l’equazione del volo.

 

 

 

After rain

 

El diafragma

se encuentra bajo el arco del día,

¿la vez

la última bocanada del sol?

Éste es el anatema de la tierra,

la desnuda prisión

de un costado.

El iris

el argento negro

en el vacío de los huesos huecos

se resuelve

la ecuación del vuelo.

 

 

 

 

Basta canzoni d’amore

 

Hai sognato lo scisma dei santi

il mistero della cernia ermafrodita.

Hai sognato

la vergine delle dune

e aceto per le antilopi erranti.

Quando ti vedo dormire

la notte profuma di arance.

 

 

 

Basta canciones de amor

 

Has soñado el cisma de los santos

el misterio de la cherna hermafrodita .

Has soñado

la virgen de las dunas

y vinagre para los antílopes errantes.

Cuando te veo dormir

la noche perfuma de naranjas.

 

 

 

 

Genealogia di un’assenza

I

“Dimmi, che voce ha il dio dei deserti?”

“Cosa ti rimane di quella notte?”

 

I temporali negli specchi

e nessuno spazio vitale

oltre la curva del sonno.

 

“Muta la tua pelle che non torno”.

 

II

Tu la chiami deriva

io dico che non c’è preghiera

più grande del mare.

 

 

 

Genealogía de una ausencia

 

I

“Dime, que voz tiene el dios de los desiertos”

“Que te queda de esa noche”

 

Los temporales en los espejos

y ningún espacio vital

más allá de la curva del sueño.

 

“Muda de piel que no regreso”

 

II

 

Tu la llamas deriva

yo digo que no hay plegaria

más grande que el mar.

 

 

 

 

Shield

I

La vera fortuna è essere corpo che vive

e con il corpo sentirsi scudo. Pietra che tace.

 

Ma se la schiena è squartata

da una luce bianca che diventa materia

solo l’aria copre il peso dell’assenza.

 

Non vedi? Un banco di nebbia sottile

ci avvolge le mani, strette in preghiera.

 

È un assillo senza pace di aurora

la tua voce che mi chiama:

“Come ti spieghi il pulsare di una piaga?”

 

II

È ancora notte. Non c’è tregua sotto gli olmi,

solo il profumo del mio seme quand’ero ragazzino

e un vagare di gatti randagi, senza nome.

 

Ma io non sapevo intonare il requiem dei morti

il volto stremato di un uomo che ha perduto l’amore

 

la fame dei ratti, la pazienza dei ragni

che filano trame greche nella gola

che separa il cemento dalla rena.

 

Non tutte le ferite possono rimarginare.

 

 

 

Shield

I

La verdadera fortuna es ser cuerpo que vive

y con el cuerpo sentirse escudo. Piedra que calla.

 

Pero la espalda está despedazada

por una luz blanca que se forja materia

sólo el aire cubre el peso de la ausencia.

 

¿No ves? Un banco de niebla sutil

que envuelve las manos, estrechas en plegaria.

 

Es un incito sin paz de aurora

tu voz que me llama:

¿Cómo te explicas el pulsar de una llaga?

 

II

 

Aun es de noche. No hay tregua bajo los olmos,

sólo el esencia de mi semen cuando era un chavillo

y un vagar de gatos callejeros, sin nombre.

 

Pero yo no sabía entonar el réquiem de los muertos

el rostro agotado de un hombre que ha perdido el amor.

 

el hambre de las ratas, la paciencia de las arañas,

que hilan grecas en la garganta

que separa el cemento de la arena.

 

No todas las heridas cicatrizan.

 

 

Per Milo

Lo strumento-parola è ironicamente la “disfatta della parola”. La parola che si fa reticente, questa parola-temeraria che sfida la sacralità del silenzio. L’inganno del laterizio, i 30 gradi di Milano, è già estate; la solitudine dei gatti randagi mentre si liquefa l’asfalto.
Ed è per questo che ieri, amico mio – ti dicevo con qualche affanno – della mia ossessione verso la rastremazione del verso. Eccolo, il sadismo della parola: il fallimento di un’ordalia… Si cammina sull’orlo di un precipizio, col giudizio universale che incombe. La parola che non ti serve è quella che ti punisce. Non sarai perdonata, derivazione beat. Non sarai perdonato, sperimentalismo estremo, ermetismo scientifico. Ma tu lo sai, tu che conosci l’esattezza, tu che misuri con impareggiabile maestria la precisione dei gesti, il prodigio del movimento.

Il directorio della “Revista de poesia de Sur a Sur” (Spagna) recensisce e traduce TS, grazie!

 

“Mi encuentro con la poesía italiana actual no data de tanto, son tan solo cuatro años que realmente me he ocupado de conocer a los poetas de mi nueva patria que escriben en este momento. Si bien no fue fácil al inicio, tuve primero que acercarme al lenguaje poético, a la métrica y al ritmo del italiano moderno para verdaderamente apreciar la poesía itálica. Así que he logrado en estos años tener un panorama general y en casos particular de las voces que generan expectación entre los lectores y entre los mismos poetas. Desde entonces he traducido una decena de poetas, de los cuales sólo en dos casos he quedado verdaderamente cautiva de los versos. Uno es mi querido amigo Gian Maria Annovi quien sin duda admiro de una forma particular por la madurez de su obra y por su indudable genialidad. El segundo es un joven poeta napolitano que leí por primera vez hace un año: Giovanni Ibello. En cuanto leí un par de poemas de Ibello, quede fascinada de la calidad de su imágenes, pero no fue hasta que leí en totalidad su obra que verdaderamente pude apreciar su talento. Y no me equivoqué con mi juicio tempestivo, Giovanni Ibello ha sido nombrado por Milo De Angelis en una breve lista de jóvenes poetas de los cuales apunta De Angelis: “emergerán los nombres más duraderos de la poesía actual”. En el epílogo a la opera prima de Giovanni “Turbaciones siderales” recientemente publicada por la editorial Terra d´ulivi, Francesco Tomada escribe sobre algo que inmediatamente se percibe al leer a Ibello: “…un lenguaje que vive en la tensión de los opuestos suspendido entre los ángulos agudos de la aspereza, y los momentos en los que la dulzura se hace extrema y totalizante”. Al inicio esa transposición es un shock pero pronto llega arrebatada a los sentidos con ese sabor agridulce, que encanta por su carácter dual perdurando en el paladar por largo tiempo para entenderlo y así saborearlo, es un lenguaje que otorga imágenes que aun siendo contrapuestas no se contradicen, se complementan en una armonía de belleza escandalizante:  “Prefiero celebrar esta lenta eutanasia con el cuerpo aperlado de sudor y los ojos exorbitados sobre un prado de estrellas radioactivas y cerdos degollados tendidos sobre un costado.

 

“ La poesía de Giovanni es una introspección ante el amor perdido y el entorno latente, con versos entonados con imágenes pulidas y clarividentes, el oficio del poeta no es tomado a la ligera, se tiene particular cuidado en la escritura del poema singular que en la totalidad de su obra denota una extraordinaria capacidad de llevar a la palabra al punto justo donde encarna la emoción, la devoción, los sentimientos y el pensamiento de una mente singular, que lucha contra demonios con los rayos de una estrella que a veces pareciera en extinción pero que sin embargo revela una pasión que no se aísla de la vida que se crea con cada palabra que van del paisaje celeste al asfalto, de la herejía a la divinización, de los cuerpos que tiemblan, de la belleza, del dolor plasmado, pero sobre todo de la poesía como medio que con el verbo salva al poeta en su sentirse inadecuado, del mundo que lo rodea regresando a la materia prima, al semen que es palabra que construye y subsiste aun con la ausencia. Las “Turbativas siderales” de Giovanni Ibello tienen el valor quien se aprehende a la vida misma a veces desleal y cruenta en un mundo adverso pero que al mismo tiempo se presenta lleno de instantes privilegiados que restan unidos en la memoria de ésta contradicción de vivir poeta”.

Cuando con la mano
buscaré las zanjas escavadas con tu llanto
la flama será el silencio de una catedral.
II Somos el no voluntario.
Somos el inasequible.
El dolor que se doma,
el sueño herético de una ordalía.
“ Nuestras voces son el aire que falta
pero se que no tendrás miedo”

Estudios sobre el final

Un resplandor rojo se refleja en el cielo
los restos de un buitre
se revierten sobre la nieve.
Así que pienso que es fácil morir
solo hay que entender bien
que significa “dejarse llevar”
seguir la parábola del vuelo.
Tenerse por mano, llorar,
buscar no dejarse ver.
Tirar con la nariz, rehidratar
la boca, articular dos palabras.
Saber que las pausas
valen más cuando se muere.
Pero el hecho de existir de verdad
sólo en el momento de la rendición
me hace mirar en el rostro a dios
los pájaros, los peces
los eternos ausentes,
la piedad de los hombres impotentes.

Las raíces de tu desnudez
son silvestres.
Son vibraciones de la tierra
en la vulva
y penetran los surcos del costado
con ferocidad.
La locura de amor
es un dios menor.
Llevas en las sombrías entrañas
la huella de un mal endémico.
No puedes ser madre.

En aquel no tiempo
que ahora es brecha insuperable.
Estoy seguro hijo mío
que no existe una luz que no encuentra rendijas.
Esto vale tanto para los muertos
como para los vivos
para quien
como tú
se encuentra
en la neblina de los ángeles.

Se paciente
busca un resquicio en la placenta de los astros.
Salta sobre dovelas
enarcadas en la exosfera
para reencontrarte
renacuajo o rabdomante
en los archipiélagos del alba.

El hollín cubre el sol
el horizonte revela
sus cicatrices de amianto.

Eres como yo
comprendes el ansia de los cuerpos
que no encuentran mies de quietud.
“Hubiera perdonado a mi madre
si no hubiera nacido por amor”

Grazie alla redazione del “Centro Cultural Tina Modotti” per aver tradotto in spagnolo una poesia di Turbative siderali

“Turbative Siderali”, la recensione di Eleonora Rimolo per il blog di poesia della Rai di Luigia Sorrentino

Quando tutto sarà finito
sarà il sonno a irrigidire gli occhi
ma prima della fine
c’è una retrospettiva lenta dell’infanzia
una campionatura degli amori.
Poi il respiro si risolve
in un orgasmo neuronale,
è come un’implosione
di pianeti nella mente
una turbativa siderale
del corpo che ritorna seme.

*

Torno allo stato embrionale della vita
nel sonno ibrido del feto,
dove un diagramma di materia nuova
riproduce fedelmente
il calco delle ossa
la nomenclatura delle vene
e un incavo d’ali nelle scapole.
Questa è la divinazione dei corpi.
Anche tu la chiami morte
questa armata silenziosa senza lume?
Questa rete di spade
incrociate sopra i corpi,
l’antilope che si ritira tra i canneti.
La preghiera del giorno: siamo muti.
Tutto si separa per venire alla luce.

*

Nei quartieri residenziali
i colombi sbucano dalle fogne
dalle cavità del tufo
dai tramezzi in cemento.
E mi piace pensare
al respiro dei cardini,
ai palpiti dei basamenti
ai rituali d’amore inascoltati
nell’endometrio delle case.

Nota di Eleonora Rimolo

Per intraprendere la lettura di Turbative siderali opera prima di Giovanni Ibello (Terra d’ulivi, Lecce 2017) occorre innanzitutto una vocazione al sensibile e ai suoi naturali paradossi: in questa sua raccolta d’esordio, infatti, fervore e generosità del linguaggio poetico si accompagnano spesso a crude sentenze e a dolci affetti, e così via, in un’alternanza puntuale di coppie oppositive. Il libro è diviso in tre parti, e questa non è una scelta arbitraria, bensì una manifesta esigenza di tracciare un percorso in cui ad una prima parte dedicata al sogno e alle sue atmosfere perturbanti ne segue una seconda nella quale la protagonista assoluta è la memoria, per poi approdare ad una terza parte dove il reale prende il sopravvento, inglobando e superando in sé la dimensione onirica del futuro supposto e quella memoriale del passato ormai lontano ed irrecuperabile.
Non stupisce dunque che il primo verso della Parte I (l’ultimo rantolo del sole) contenga il verbo sognare e ci cali immediatamente in un’atmosfera sfumata, notturna (non a caso l’opera Perturbante per eccellenza sono i Notturni di E T. A Hoffman), dove il teatro spaziale delle ombre nasconde inquietanti figure, come i gatti che si amano di notte/mentre l’acqua scanala nelle fogne, e mentre le stelle sono in fase di lenta recessione dentro pozzanghere. La presenza animale e il luogo putrido in cui essa si colloca (appunto fogne, pozzanghere) sono simboli tipici del Perturbante freudiano: nella poesia di Ibello compaiono numerose forme bestiali tra le quali maiali sgozzati/riversi su un fianco, insetti che ‘friniscono’ sulle mani, antilopi erranti, ratti, ragni, ma soprattutto il misero della cernia ermafrodita, animale simbolo per eccellenza del Perturbante in letteratura, se solo pensiamo a La trota nera di Montale, o alla cernia del surrealista portoghese O’Neill, tradito/pesce represso...
Queste scene sconcertano, inquietano: la loro esistenza è fonte di tormenti angosciosi, la loro fisionomia assurda è una forma inconscia di disagio e di insensatezza, e la loro genesi è nell’Altrove, nello spazio turbolento e oscuro del sogno. Ma l’Unheimliche è caratterizzato da un dualismo affettivo che non va sottovalutato: l’oggetto perturbante è considerato allo stesso tempo estraneo e familiare, ed è proprio da questa inconciliabilità di sensazioni che si risolve/l’equazione del volo, poiché malgrado tutto il male ricevuto/”io non ho paura”. Giovanni Ibello sta sognando e osserva allo stesso tempo la sua donna dormire, il suo è un sogno nel sogno, dove la notte profuma di arance, e dove non si teme la vastità del mare (Tu la chiami deriva/io dico che non c’è preghiera/più grande del mare) ma la si affronta con risolutezza (Non tutte le ferite possono rimarginare) navigando a vista in un banco di nebbia sottile che contribuisce a rendere ancora più fosca l’atmosfera di questa sezione. Il rimosso riaffiora dunque in superficie man mano che ci si avvicina al termine della prima parte della raccolta: il commiato/è un rito quieto, dopotutto, perché si celebra per sottrazione, e così le creature ibride dei primi testi scompaiono progressivamente, insieme alle ancestrali paure del poeta, dal momento che mai nessuno/ci ha chiesto di essere vivi. L’impossibilità della scelta è il prezzo della luce che ognuno di noi paga per proseguire nel cammino: tuttavia il peso della nostra insignificanza emerge nel momento ultimo della morte (Perché dopo la morte/resta solo il nome/e un silenzio irrisolto/uno sfrigolio di corpo/che si decompone). Ognuno di noi è dunque un feto/che per istinto/si difende, ma l’enigma è presto risolto: il sonno che ci annega nelle viscere del nostro buio inconscio è il solo fine previsto della nostra vita. Quando tutto sarà finito/sarà il sonno a irrigidire gli occhi, e sarà lì che tutto si ricongiungerà, in quello stato dormiente dello spirito che sogna, si terrorizza, si annulla, mentre il corpo ritorna seme, permettendo così al Perturbante di trasferirsi nel sogno dell’Altro.

È dunque una vita altra quella che nasceva prima che arrivasse la lacerazione: la Parte II (turbative siderali) si apre con la conferma di quanto detto in precedenza sul paradosso dell’esistere per opposti (Lo stupore della vita/è dentro il paradosso:/che si viene alla luce/con gli occhi serrati) per poi addentrarsi nel labirinto feroce della memoria lontana, una memoria di cera/sulle ascisse del sole, che è difficile da definire nel presente, perché tende a trasfigurarsi, tramite il sogno, ma anche tramite quella che la Rosselli definisce castità dell’ignoto, la quale permette al poeta di rimodulare i suoi ricordi sulla certezza che nulla è verità. E dunque Ibello ricorda, con innocenza o con distacco conquistato, dialoghi, volti, corpi, traendo in prestito da uno dei suoi personaggi una domanda retorica che diventa assoluto verdetto: Perché nessuno si appartiene veramente? Certo è che i ricordi sono pieni di momenti di contesa, dove Tenersi per mano, piangere,/cercare di non farsi vedere./Tirare su col naso, reidratare/la bocca, articolare due parole significa alimentare una Recherche che è spesso fonte di sofferenze, cauterizzate attraverso la scrittura poetica. Se la memoria ci aiuta ingannandoci o forse ci inganna per aiutarci (Julio Cortázar) allora bisogna tentare a tutti i costi di estrarla da quel non tempo/che adesso è divario incolmabile, bisogna che il poeta sia paziente, che trovi una feritoia/nella placenta degli astri da cui cavare le parole, i gesti e il calore di Leila, di Alejandra, di una madre, di Greta: presenze che hanno misurato le distanze coi respiri, e che hanno lasciato un solco profondo nel silenzio del presente dove non esiste/il peso dell’assenza, ma quello che manca/ è quell’esserci amati/una ed una volta sola. Tuttavia il ricordo ha in comune con il sogno la medesima inconsistenza materiale: è quindi necessario che esso si esaurisca nel giro di un paio di versi, che ad un certo punto si dissolva definitivamente (Lasciami andare./Come si lasciano andare i morti) perché il distacco non ha memoria e la dimensione temporanea del passato non è ancora, come quella del sogno, risolutiva di un presente che incombe ed esiste, senza che nessuno lo abbia mai chiesto per sé (Non voglio più pensare/a quell’amore/che ci ha messo al mondo/e ci chiede di scontare/la sua pena (sua e non nostra)). Al termine del viaggio interiore, infatti, la parola si riduce/a un’impronta del percorso/non porta nome, né volto, né voce/solo una parete divisoria/e due occhi sgranati che si scrutano/dal mezzo di una feritoia: dunque qui non trovi te stesso, anche chiuso a doppia mandata (Iosif Brodskij).

In questo stato di smarrimento della direzione l’Io del poeta non può che giungere spontaneamente alle soglie della realtà; dopo aver affrontato il lungo percorso della mente la Parte terza ci conduce nel bel mezzo di una realtà solida, tangibile, minacciosa. Ibello si è svegliato dalle oniriche turbolenze notturne, ha esaurito la forza emotiva del ricordo, si muove finalmente libero nella sua città, e già nella poesia che apre questa ultima sezione compaiono elementi riconoscibili e critici di Napoli: l’aroma sulfureo, la cenere, la diossina. Sostanze che lavorano quotidianamente per la nostra morte precoce mentre il mare viene deturpato da muri di tufo e lastre di amianto, e mentre una guerra intestina non finisce di certo solo perché noi non la vediamo. Immagini squallide e aride trovano spazio nell’osservazione coraggiosa e infelice di Ibello: Poco distante, due uomini rollano erba/sul sedile sbrindellato di una Panda,/con la fiancata rigata da una chiave/e il disco neomelodico che gira, mentre a Napoli est c’è un sole nero che brucia,/impenitente, senza perdono. Il poeta è in questa sezione un autentico flâneur che si muove per le strade di una città dalle atmosfere misere e sudicie, che ricordano molto quelle descritte da Dino Campana: anche Napoli è una piaga rossa languente, che sfida il tanfo dei copertoni bruciati/e i pannelli di eternit/sgretolati da una folgore e che allo stesso modo della perfida Babele di Campana spinge gli uomini a scontrarsi con la loro solitudine e con la loro impotenza. Di fronte ad una città che cambia, inesorabilmente (La forma di una città/cambia più in fretta, ahimè! del cuore di un mortale dice Baudelaire, la cui Parigi devastata dalla modernità rimanda alla Napoli distrutta da interessi malavitosi) il vulcano diventa il simulacro/di un sacramento proibito: la sua impronunciabile sentenza di morte incombe, giorno dopo giorno, mentre i vapori petroliferi/stordiscono le ultime falene e l’odore di marijuana/si dirama oltre le case popolari. È infine nella profezia di una donna che strappa una radice di gramigna dalla mano di Maradona che risiede il senso di questo proiettarsi totale e senza compromessi nel reale: l’amore perduto non ritorna, pronuncia la popolana, e per questo motivo l’unico modo di affrontare la vita è viverla hic et nunc, tenendo lo sguardo turbato ma fermo a metà tra lo spazio siderale e la madre terra. Il seme è davvero diventato nuovo corpo; dalle macerie delle mostruosità inconsce e dei labili ricordi si può veramente costruire una nuova, fatiscente, dimora: tu cerchi asilo/nella indissolubile/stella ereditaria – ti sarà/concesso. Ora/tu sopravvivi la tua seconda/vita (Paul Celan) nel tentativo estremo di restare, nel modo più leale possibile, il protagonista della scena madre su questo mondo.

Perché dopo la morte
resta solo il nome
e un silenzio irrisolto
uno sfrigolio di corpo
che si decompone.
Ma le unghie sono spade lucenti
ancora troppo legate alla vita
brandite dalla mano che cede
all’ombra adunca dei tulipani.
Il prete si guadagna da vivere,
ma la bocca che pregava
non era pronta a baciare le tempie
e le mani strette sul petto
sono quelle del feto
che per istinto
si difende.

*

Di quello che sognavi veramente
non resta che un silenzio siderale
una lenta recessione delle stelle
in pozzanghere e filamenti d’oro,
il riverbero delle sirene accese
sui muri crepati delle case.
Così dormi, non vedi e manchi
il teatro spaziale delle ombre.
Il desiderio è l’ultimo discanto.
Ma quanti gatti si amano di notte
mentre l’acqua scanala nelle fogne.

___

Giovanni Ibello è nato a Napoli l’8 febbraio del 1989. “Turbative siderali” è la sua prima pubblicazione.

Atelier pubblica la post-fazione di Francesco Tomada all’opera d’esordio di Giovanni Ibello, Turbative Siderali


Viene davvero difficile, leggendo Turbative siderali di Giovanni Ibello, pensare che si tratti di una raccolta d’esordio. Solitamente infatti le opere prime si contraddistinguono per un entusiasmo contagioso ma anche, come è naturale, per una scarsa omogeneità che deriva dalla poca padronanza della scrittura poetica. In Turbative siderali, invece, questo non c’è o, meglio, è presente soltanto in parte: esiste una fiducia assoluta nella forza delle parole, una fede quasi adolescenziale – ma Giovanni, per quanto giovane, non è certo un adolescente e dunque la sua fede è conquistata sul campo – in quello che la poesia può sforzarsi di dire, però la raccolta si presenta straordinariamente compatta e unitaria, densissima in ogni suo passaggio. Ciò probabilmente avviene perché da un lato l’autore ha esercitato un lavoro lungo e paziente di rastremazione (“un rito quieto: / che si celebra per sottrazione”), dall’altro possiede la nitida coscienza che le parole non vanno spese a caso, sono preziose, e dunque possono essere fissate sulla carta soltanto dopo averne compreso appieno tutto il valore. Prende corpo dunque un linguaggio che vive nella tensione degli opposti, sospeso fra gli angoli acuti dell’asprezza (“la bocca ad asciugare la tua fica”) e i momenti in cui invece la dolcezza si fa estrema e totalizzante (“misuriamo le distanze coi respiri”), un linguaggio che scava in questa terra di nessuno con l’intenzione di renderla una terra nostra dove cercare una possibile realizzazione. Giovanni Ibello infatti non scrive “di silenzio, ma di vuoto”, anzi sembra voler evidenziare questo vuoto in uno sforzo di consapevolezza: forse il senso intero della raccolta è già racchiuso nel primo verso, “la nudità è dei corpi, tutto il resto è mistificazione”, e quindi la poesia di Turbative siderali demistifica, toglie, in modo da lasciare solamente ciò che è propriamente nudo in quanto umano.

Inusuale inoltre, in un autore così giovane, è la percezione della fine, così presente soprattutto nelle prime due sezioni della raccolta. La vita è un arco teso tra nascita e morte, una sorta di “volo sghembo fra due punti che in qualche modo, ciclicamente, si rincorrono. A noi, persi lì in mezzo, restano la vanità, la fragilità, lo stupore, ma anche la certezza che il semplice “fatto di esistere davvero” ci permette di guardare in faccia dio, non tanto per orgoglio, quanto nel gesto piano e diretto di chi non ha paura.

Il nome di dio viene scritto, non a caso, con la lettera iniziale minuscola. Eppure nella poesia di Giovanni Ibello è presente un forte senso di religiosità, se non altro per quell’idea così evidente che tutti si nasca comunque con un peccato originale e poi si debba portarne il peso, perché non si torna indietro, “non è questo il tempo / di chiedere perdono”. I corpi per questo si riempiono di ansia, e certamente tutto sarebbe stato più semplice senza la tensione verso la ricerca di un senso, oppure anche senza amore, come sembra suggerire l’autore in questi due versi meravigliosi: “Avrei perdonato mia madre / se non fossi nato per amore”. Al tempo stesso però l’amore, per quanto irraggiungibile nella sua completezza – e realizzato il più delle volte nell’abbandono – è un desiderio vitale, è l’assoluto che in alcuni passaggi si paventa e allo stesso modo svanisce in una estrema dipartita, dove perdersi è lasciarsi andare “come si lasciano andare i morti”.

La terza sezione di Turbative siderali, infine, si cala nella realtà di Napoli, e appare davvero come la concretizzazione geografica delle prime due parti. Gli scritti si popolano di figure intente tutte a fare qualcosa (“due uomini rollano erba / sul sedile sbrindellato di una Panda”, il prete “adesca la sua madonna nera”), eppure il sole nero rimane ancora “senza perdono”, e ciò che si nota più chiaramente è “la solitudine degli uomini”. Napoli ci appare come una città che in qualche modo sopravvive ad una guerra che “non finisce / solo perché noi non la vediamo”, ed anzi – sembra dire Giovanni Ibello – dobbiamo, dovremmo sforzarci di vedere. Perché non è accontentandoci di una mistificazione che questa finirà per bastarci, come non è ignorando le contraddizioni che esse finiranno per scomparire: forse è invece tutto lì, nel gesto di saggezza popolare di una donna che estirpa la gramigna dalla mano del mito Maradona dicendo che “l’amore perduto non ritorna”, nel coraggio di abbandonare ciò che siamo stati e lasciare spazio ad un vuoto che può accogliere, diventare “corpo che ritorna seme”.

Francesco Tomada (1966). Suoi testi sono apparsi su numerose pubblicazioni, antologie, plaquettes in Italia, Austria, Slovenia, Canada, Francia, Slovacchia, Svizzera. Ha pubblicato L’infanzia vista da qui (Gorizia, Sottomondo, 2005; rist. 2006) ) e A ogni cosa il suo nome (Sasso Marconi, Le Voci della Luna, 2008 – Premio Città di Salò, Premio Il Litorale, Premio Baghetta, Premio Anna Osti, Premio Gozzano, Premio Percoto).  E’ organizzatore o coordinatore di svariate manifestazioni centrate sulla poesia. Vive a Gorizia.

Giovanni Ibello, Turbative Siderali

Francesco Tomada, per Perigeion, condivide la sua postfazione a “Turbative Siderali”. Grazie!

perìgeion

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Giulio Maffii recensisce per Carteggi Letterari le “Turbative siderali” di Giovanni Ibello

 

È in uscita in questi giorni, il primo libro di un autore che seguo da molto tempo: Giovanni Ibello. Lo pubblica la casa editrice Terra d’Ulivi che annovera un catalogo poetico  molto interessante ed è una realtà editoriale sempre più in divenire. Di norma sorrido quando leggo di un libro o di un autore cose tipo “imperdibile”, “straordinario”, “l’urgenza di questo libro”,  “il libro dell’anno”, etc etc etc. Diciamo le cose come stanno, quando esce un libro di poesia non succede niente o quasi. Il lettore – medio, generico, forte e altre amenità- che volesse invece avere a che fare con un libro di “rara potenza” (questa almeno è nuova) dovrebbe imbattersi nelle “Turbative siderali” di Ibello. Il lavoro ha la maturità e la profondità di un poeta esperto, non certo le ingenuità che spesso di trovano in un’opera prima dove l’entusiasmo fa perdere di vista il lavoro di lima e sottrazione. Ibello ha atteso prima di pubblicare e ha fatto molto bene, senza frenesia ma dedicandosi a perfezionare le sue “Turbative” che sono anche ben accompagnate da una postfazione di Tomada. Bene ha fatto Terra d’Ulivi a dargli fiducia. La prima  delle tre parti di cui si compone il testo, “l’ultimo rantolo del sole”, è decisamente una delle cose più interessanti che abbia letto negli ultimi mesi. Il filo (il)logico di considerazioni tanatovitali è qualcosa che colpisce e fa pensare. Ibello sa “fare” poesia, ha sottratto, ha lavorato, niente è improvvisato o casuale. Non scrive di silenzio ma di vuoto, come ammette. Alla fine la compattezza del testo e l’omogeneità la si trova anche negli scarti timbrici.
Un’ ultima considerazione è sopra il luogo della poesia di Ibello: da un mondo iperuranio alla sua Napoli (una Napoli che è anche un non-luogo), da un mondo ctonio alla luce ricercata sillaba a sillaba.

 

Di quello che sognavi veramente
non resta che un silenzio siderale
una lenta recessione delle stelle
in pozzanghere e filamenti d’oro,
il riverbero delle sirene accese
sui muri crepati delle case.
Così dormi, non vedi e manchi
il teatro spaziale delle ombre.
Il desiderio è l’ultimo discanto.
Ma quanti gatti si amano di notte
mentre l’acqua scanala nelle fogne

 

Non scrivo di silenzio, ma di vuoto.
Scrivo dell’acqua mentre scola
in un reticolo di nodi e feritoie.
Perché è sempre un discorsoibello2
sul venire meno
sul recalcitrare delle ore,
la canzonatoria
delle parole.
Penso al mare sfigurato
dalle scie dei mercantili
cinesi.

 

Basta canzoni d’amore

Hai sognato lo scisma dei santi
il mistero della cernia ermafrodita.
Hai sognato
la vergine delle dune
e aceto per le antilopi erranti.
Quando ti vedo dormire
la notte profuma di arance.

 

Giulio Maffi per Carteggiletterari.it, 16 marzo 2017.

Turbative siderali, Giovanni Ibello

 

 

Il 31/3/2017 è stata pubblicata per i “granati” di Terra d’Ulivi la mia prima opera in versi, “Turbative siderali” (postfazione Francesco Tomada). Il volume è disponibile all’acquisto cliccando sul seguente link: http://www.edizioniterradulivi.it/turbative-siderali/142

L’opera è altresì disponibile sui principali canali di vendita on line (Amazon, Ibs).

Grazie per l’attenzione, condivido una poesia tratta dalla prime – delle tre sezioni – di cui si compone l’opera (l’ultimo rantolo del sole):

Di quello che sognavi veramente
non resta che un silenzio siderale
una lenta recessione delle stelle
in pozzanghere e filamenti d’oro,
il riverbero delle sirene accese
sui muri crepati delle case.
Così dormi, non vedi e manchi
il teatro spaziale delle ombre.
Il desiderio è l’ultimo discanto.
Ma quanti gatti si amano di notte
mentre l’acqua scanala nelle fogne.

David Foster Wallace, da “La persona depressa”

davidfosterwallace

La terapeuta, alla quale in quella fase restava meno di un anno di vita, a quel punto aveva fatto una breve interruzione per esternare ancora una volta alla persona depressa la sua (cioè della terapeuta) convinzione che odio verso se stessi, colpa tossica, narcisismo, auto commiserazione, bisogno, manipolazione, e molti altri comportamenti basati sulla vergogna che presentavano tipicamente gli adulti endogenamente depressi andavano meglio interpretati come difese psicologiche erette da un residuale Bambino ferito che c’è in Te contro la possibilità di trauma e abbandono. Tali comportamenti, in altre parole, erano primitive profilassi emotive la cui vera funzione era di precludere l’intimità; erano corazze psichiche per mantenere gli altri a distanza in modo che loro (cioè gli altri) non si avvicinassero emotivamente alla persona depressa tanto da infliggerle ferite che potevano fare da eco e specchio delle profonde ferite residuali risalenti all’infanzia della persona depressa, ferite che la persona depressa era incosciamente decisa a tenere a tutti i costi represse.

 

(David Foster Wallace, la persona depressa)

La metafisica del desiderio e la prospettiva del discanto: cenni sull’estinzione della specie umana

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Chiariamoci sin da subito: la mia ricerca è inutile, quindi, se non sei disposto a interfacciarti con l’inanità di ogni singola parola che segue, ti consiglio di cimentarti in qualcosa di produttivo, come servire la patria, laurearti in ingegneria meccanica, o, se sei un tipo indolente, basta aggiornare il tuo profilo Facebook e contare i like fino a ora di cena.

 

Perché la mia ricerca è inutile? Anzitutto, è bene considerare che quando si parla di poesia, eccetto la poesia stessa (ma anche qui vertono parecchie perplessità), si sta inesorabilmente ipertrofizzando il proprio ego, e dunque, io vi consiglio di fare spallucce e rigare dritto. Se c’è il sole, fatevi un giro. Se fa brutto, invece, potete arrovellarvi le cervella con il problema ontologico (che fortuna!), ma lasciate perdere Kant o Heidegger. Per carità. Dicevamo, ah si, la mia ricerca è inutile. E’ inutile perché verte sui principi dell’estinzione della razza umana, cerca di comprendere la metafisica del desiderio e la prospettiva del discanto.

 

Caro lettore, vorrei poterti dire qualcosa sull’abbandono, sui relitti, su cosa li accomuna alle costellazioni. Realizzare quanto sia impercettibile la distanza tra l’infinitamente vicino e l’infinitamente lontano. La chiave sta, come in poesia, nella inaccessibilità. Mi piacerebbe dire cos’è la solitudine in poesia, descrivere la sua potenza mistica e rivelatrice. Ma andiamo per gradi. Credo che nella poesia e nella solitudine ci sia sempre una danza siderale con la morte, e se non sei disposto a guardare l’armonia di questa retroversione del movimento, meglio lasciar perdere.

 

Nella poesia della solitudine esiste un certo disconoscimento del civile. Ricordate cosa disse Ungaretti a Pasolini? Scrivere significa, tra le altre cose, seguire le leggi della natura, non le leggi dell’uomo: la civiltà – che è un atto di sopraffazione dell’uomo sulla natura – è di per sé, un atto contro natura. Il poeta vero, dunque, è un rivoluzionario (anche se questo lo hanno detto in tanti), perché il suo raggio d’azione è una cornucopia di follia antisociale. Alfonso Guida, mio fedele amico, nonché eccelso poeta, una volta mi disse e cito “se vuoi scrivere, ma scrivere veramente, devi accettare l’idea di non poter sfamare le persone che ami”. Ora voi penserete che sto per attaccarvi il pippone sul fatto che “carmina non dant panem” e quindi, onde fugare questo imbarazzo, non vado oltre. Dico solo che la dimensione della civiltà si risolve nell’idiosincrasia dei numeri.

 

“Il vuoto è il solo a prendere il posto
di se stesso. Non c’è contraddizione
tra quello che t’iniettano e ciò che ti
dicono. Non nascondono niente. È un
divieto. Il malato deve sapere.
Deve poter trasfigurare quanto
non conosce.”

 

“Così, il sussulto. Piango
su una panca. L’olmo è vuoto. Le donne
se ne sono andate. È un bene, è un male. Tu,
solitudine, conferma te stessa:
Madre, continua a stare anche in me sola.”

 

(due segmenti estratti da “A ogni passo del sempre” di Alfonso Guida, Aragno editore, 2013)

 

Vedete, quando si parla di poesia della solitudine, non si parla di silenzi, ma di vuoti. In un mio testo inedito scrivo proprio questo e cioè che è sempre un discorso sul venire meno delle cose, (le maledette parole), “del rumore che fa l’acqua mentre / scola in un reticolo di nodi e feritoie”. Capire che la vera condanna è proprio questa, che “non c’è mai stato veramente il tempo di chiedere perdono”. Vi spiego meglio, ma sappiate che io non vado di fioretto. Preferisco la sciabola perché detesto i figli di puttana che fanno i diplomatici. I mediatori. Ah, che rabbia! Torniamo a noi. Esiste un momento in cui siamo costretti a guardare i numeri. Appurato che quando si parla di numeri si fa menzione della sfera sociale della persona, cosa s’intende per numeri lo lascio decidere a voi, a seconda delle contingenze, ma – più in generale – credo che esista un momento in cui il dato qualitativo si deve per forza di cose confrontare con quello quantitativo (a tal proposito, yin e yang, spirito e materia, base per altezza e altre stronzate dicotomiche del medesimo tenore).

 

Diciamocela tutta: la cosa, messa così, può stare anche un po’ sui coglioni, ed è facile sfociare nel turpiloquio quando si scrive di roba border line. Ma che belli i discorsi volgari e, ditemi, che aberrazione si nasconde dietro l’educazione civile? I numeri sono nemici della poesia della solitudine perché il poeta è scaraventato dalle stelle in un coacervo di boria, presunzione e inettitudine.

 

Fermo tutto quanto innanzi, la mia domanda è la seguente: il critico riesce a comprendere questa anomala dimensione dello spirito, che è di per sé manifesto di inaccessibilità? Io non so rispondere, credetemi, ma ritengo che, come in tutte le nefandezze dell’umano, anche la “repubblica delle lettere” è affetta da una certa morbosità politica nonché, annichilimento sociale. Pertanto, seguendo questa falsariga non posso esimermi dal citare un altro grande poeta, ingiustamente sottovalutato. Sto parlando di Salvatore Toma (lo approfondiremo, ndr) che, in materia di critica scriveva “Caro erudito / civilizzato rincoglionito”, (parafrasando) devi svegliarti dal tuo torpore, non devi perdere tempo in convegni tossici deputati alla altrui demolizione.

 

Per completezza espositiva, riporto qui un Toma che a mio avviso si supera quando scrive: “E’ da anni che vado a diarrea… / è da anni che al bagno/ non faccio un bel stronzo colossale/ di quelli che ti senti realizzato/ eppure di stronzi ne conosco / ne sono normalmente circondato”. Concludendo, mi servo sempre di questo poeta per farvi dono di quello che, secondo intenzioni, definirei il primo principio di estinzione della specie umana.

 

Tratto dal “Canzoniere della morte” di Salvatore Toma, Einaudi, 1999:

 

Quando sarò morto
che non vi venga in mente
di mettere manifesti:
morto serenamente
o dopo lunga sofferenza
o peggio ancora in grazia di dio.
Io sono morto
per la vostra presenza.

 

Giovanni Ibello

Appunti londinesi #6 – Città autistica

stand

Pausa pranzo. Mi siedo sui gradini della Loyd Bank, provo a mangiare il mio panino con disinvoltura. Appena prendo posto, due ragazzi si avvicinano alla mia postazione, mi chiedono con discrezione se c’è spazio anche per loro. Faccio per spostarmi sulla destra. La donna ringrazia e io abbozzo un sorriso. Dall’accento mi sembravano un portoghese e una russa. Red cabbage, mashrooms, cumin e cucumber salad. Cinque persone su dieci prende questo schifo praticamente ogni giorno, con la variante confezionata della “Miso soup” o dei “Macaroni Cheese”. Macaroni, con una c (il caffè macchiato invece è macchiatto, due t, ndr). Ad ogni modo, mentre pranziamo nessuno dei “commensali” si azzarda a dire una parola e il nodo non è tanto il silenzio, quanto la repressione dei più elementari fattori comunicativi, percepita da tutti come una convenzione sociale non opzionale. Personalmente, questo non mi crea problemi. Meno mi si rivolge la parola, più sono contento, tanto più che in pausa preferisco riposare la mente. Il portoghese però sbuffa a intervalli regolari. A giudicare dal tanfo di disperazione che emanava sembrava messo veramente male. Credo avesse urgente bisogno di soldi. La russa si stringe nelle spalle, tradendo un certo imbarazzo. Uno dei maggiori problemi di questa città è che la coesione umana è nemica della produttività. E’ una distrazione. Londra ti vuole solo. Londra è una delle massime cloache del genere umano: accoglie derelitti da ogni posto dando loro una chance (solo questo basterebbe a dire) a patto che tu destituisca la tua personalità conformandoti a un diverso paradigma. Dovremmo un attimo riflettere sugli “emigranti”. Non si fa altro che parlare delle numerose opportunità offerte a chi si trasferisce nelle grandi metropoli del nord Europa. Nessuno però accenna al semplice fatto che cambiare città, paese, cultura, significa dover tacitamente accettare un intero sistema di valori, un vero e proprio mantra, da altri declinato meno che da me. Finisco il panino. Il mio sguardo si posa sopra un chitarrista monco che prova a suonare, non senza difficoltà, il main theme di “In my place” dei Colpdplay. La gente apprezza e impietosita sgancia bei soldi. Poco distante, all’ingresso di “Pret a Manger” c’è un tizio che invece ha perduto ambo le gambe (la sinistra mi pareva leggermente più lunga dell’altra). Nessuno sembra accorgersene, fatta eccezione del suo cane che lo scruta con devozione. Una adorabile bestiola col pelo bagnato dalla pioggia e il ventre smagrito dalla fame. Napoli è così lontana.