Le parole di Grace

Spazio letterario a cura di Giovanni Ibello

Turbative siderali recensito e tradotto dalla poetessa colombiana Marisol Bohorquez Godoy

De las cosas que no me agradan de las redes sociales es el hecho de tropezarme con personajes cuyas vidas te hacen sentir que el mundo desfallece y que nada puede salvarlo, y sin embargo, cuando parece que todo está perdido, descubro personas maravillosas en este cosmos de oscuridad cibernética y dentro de ellos este joven escritor que se robó mi atención desde nuestro primer contacto. Giovanni Ibello es un poeta en dominio de un lenguaje con contrastes fuertes. La primera vez que leí sus poemas me estremeció la forma en que habla del amor a través de imágenes en un perfecto equilibrio de alteridades y me recordó en su forma de describir las cosas al escritor estadounidense Ernest Hemingway en su libro “Paris era una fiesta” cuando Ibello en uno de sus poemas nos dice: “… cuando te veo dormir/la noche se perfuma de naranjas…” e incluso en un verso contrastante como este: “…Pero cuántos gatos se aman de noche/mientras el agua excava en las alcantarillas…” donde no solo nos transporta a un mundo en el que la experimentación sensorial se hace imprescindible; nos abre una puerta desde la cual el amor nos muestra esa cara desconocida y a la vez esa mano que se extiende desde todo abismo al que nos entregamos luego de la pérdida o el abandono.

Giovanni moldea su poesía cuidadosamente y genera en el lector niveles de excitación de la razón que conllevan a una búsqueda de códigos ocultos en versos cargados de imágenes que tienen un efecto que yo he decidido denominar “bungee jumping” porque te sacuden los sesos y nos devuelve en un salto a la posición inicial con el verso más sutil que te abriga como un frágil copo de nieve desvaneciéndose sobre un pétalo de rosa.

 

****

Di quello che sognavi veramente

non resta che un silenzio siderale

una lenta recessione delle stelle

in pozzanghere e filamenti d’oro,

il riverbero delle sirene accese

sui muri crepati delle case.

Così dormi, non vedi e manchi

il teatro spaziale delle ombre.

Il desiderio è l’ultimo discanto.

Ma quanti gatti si amano di notte

mentre l’acqua scanala nelle fogne.

 

****

De aquello que soñaste verdaderamente

no queda más que un silencio sideral

una lenta recesión de las estrellas

en charcos y filamentos de oro,

el centellar de las sirenas encendidas

en las paredes agrietadas de las casas.

Así duermes, no ves y faltas

el teatro espacial de las sombras.

El deseo es el último discanto.

Pero cuántos gatos se aman de noche

mientras el agua excava en las alcantarillas.

 

BASTA CANZONI D’AMORE

 

Hai sognato lo scisma dei santi

il mistero della cernia ermafrodita.

Hai sognato

la vergine delle dune

e aceto per le antilopi erranti.

Quando ti vedo dormire

la notte profuma di arance.

 

NO MÁS CANCIONES DE AMOR

 

Has soñado el sisma de los santos

el misterio de la cernia hermafrodita.

Has soñado

la virgen de las dunas

y vinagre para antílopes errantes.

Cuando te veo dormir

la noche se perfuma de naranjas

 

GENEALOGIA DI UN’ASSENZA

 I

“Dimmi, che voce ha il dio dei deserti?”

“Cosa ti rimane di quella notte?”

I temporali negli specchi

e nessuno spazio vitale

oltre la curva del sonno.

“Muta la tua pelle che non torno”.

 

II

Tu la chiami deriva

io dico che non c’è preghiera

più grande del mare.

 

 GENEALOGĪA DE UNA AUSENCIA

I

“Dime ¿Que voz tiene el dios de los desiertos?”

“¿Qué te queda de aquella noche?”

las tormentas en los espejos

y ningun espacio vital

más allá de la curva del sueño.

“Muda tu piel que no regreso”.

 

II

Tu la llamas deriva

Yo digo que no hay oración

más grande que el mar.

 

AFTER RAIN

 

Il diaframma

è sotto l’arco del giorno,

lo vedi

l’ultimo rantolo del sole?

Questo è l’anatema della terra,

la nuda prigione

di un costato.

L’iride

l’argento nero

nel vuoto delle ossa cave

si risolve

l’equazione del volo.

 

AFTER RAIN

 

El diafragma

está bajo el arco del día,

lo ves

¿El último aliento del sol?

Esto es el anatema de la tierra,

la prisión desnuda

de un costado

El iris

la plata negra

en el vacío de los huesos huecos

se resuelve

la ecuación del vuelo.

 

 

Giovanni Ibello nació en Nápoles, 1989. Graduado en jurisprudencia en la Universidad Federico II. Ejerce como abogado en la rama civil. Periodista y publicista. Sigue como corresponsal los eventos deportivos de la SSC Nápoles y la selección nacional de football italiano. Su primer libro “Turbative siderali” fué publicaco en el 2017 por Terra d’ulivi edizioni. Su obra ha sido parcialmente traducida al español y comentada en importantes revistas de poesía. Colabora con el blog “Poesia, di Luigia Sorrentino” en RAI News. Se ocupa principalmente de reseñas y traducciones del inglés.

 

Traducción  de los poemas al español a cargo de Marisol Bohórquez Godoy

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Montjuic

La mia estasi rimane
lettera morta nel guado.
Brindo al disamore
al cuore profanato nell’acquaio,
agli insetti fulminati nell’insegna.
Non ti aspettare alcun bene,
non lo fare.
Avrai una sola occasione
arciere miserando,
una sola freccia
da scagliare controsole.
Nell’incanto di una teleferica.
Seleziona con cura
il nulla entro cui implodere.

Giovanni Ibello

“Lido – poezie italiană contemporană”, selezione di poeti italiani tradotti in romeno

Qualche giorno fa è  uscita “Lido – poezie italiană contemporană”, una selezione di poeti italiani tradotti da Eliza Macadan per l’editore Eikon di Bucarest.
Sono davvero felice di essere stato coinvolto in questo “melting pot” poetico. E poi che meraviglia leggersi nella più suggestiva (e musicale) delle lingue romanze. Tra l’altro, in mia compagnia ci sono poeti adorati come Luigia Sorrentino, Francesco Tomada e Umberto Piersanti. Consentitemi di condividere questa piccola gioia perché, come ha giustamente scritto Paul Muldoon, la poesia può rendere possibili le cose anche se finisci come Lorca, crivellato di colpi nell’ombra cangiante del tuo sangue. Fortunatamente questa finzione cosmica ci restituisce la dimensione del nostro nulla. Va bene così. Lasciate aperte le finestre.

Dai sogni hanno origine le responsabilità;
fu a causa di una simile allegoria
che Lorca
venne crivellato di colpi
fino a giacere a fauci spalancate
nell’ombra cangiante del suo sangue.
Quando i soldati ubriachi del Romancero
fecero per tornare in città
lo sentirono mormorare nella nebbia,
‘Quando muoio lasciate aperte le finestre’
perché la poesia può rendere possibili le cose –
non solo può ma deve –
e questa stessa finzione
è in sé un gesto politico.

(Una vecchia e irrituale traduzione a una poesia di Paul Muldoon)

Francesco Tomada recensito da Giovanni Ibello

di Giovanni Ibello

La poesia di Francesco Tomada trae origine dal nucleo stesso della parola, dalla sua funzione più minima e immediata: Francesco, goriziano nato nel 1966, è un poeta di frontiera e pertanto conosce l’importanza dell’unire, la fatica di costruire ponti. La sua attività di “nominazione” è certamente un rischio (anche se calcolato), poiché la “nuda parola” si presta al lirismo, alle cadute di stile e, più in generale, alla retorica. Tomada, invece, pur fiutando il pericolo, lo accetta, lo fa suo; anzi, si destreggia tra queste “mine” con grande disinvoltura. Del resto, basta veramente poco a far crollare una poesia (soprattutto quando, come in questo caso, si fa richiamo a una parola che è “origine”): un verso sbagliato, una parola distonica, un aggettivo che non aggiunge, un accento che stronca il suono. Ed è proprio in questo rischio – cercato prima e ammansito poi – che l’autore si esalta e riesce a declinare la sua visione delle cose. Il suo stile, ancorché narrativo, fuga ogni artifizio letterario e definisce, appunto, il confronto tra la parola e l’oggetto nella sua forma più essenziale. “A ogni cosa il suo nome”, recita – tra l’altro – il titolo di una sua superba raccolta di poesie. Tomada è un poeta vero, conosce l’arte della rastremazione, il peso delle parole; le lascia libere sul foglio rinunciando ai vincoli della punteggiatura. Sa creare legami elettrici col vuoto, perché non teme la mancanza di fiato, non teme di guardare nella bocca del fucile. La sua poesia è “kamikaze”, sfacciata, estroversa nella dolcezza e schiva nel disarmo. Rischia di travolgere il lettore proprio perché è estremamente materica. Eppure, questo poeta vive di insight, di guizzi improvvisi, di approcci epifanici che estendono i confini del reale. Non deve sperimentare perché i suoi versi sono elementari, nel senso più nobile del termine, privi di virtuosismi. Tomada, è dunque un “poeta del possibile”: riesce a censire tutte le fragilità della bellezza, la tenerezza degli affetti, ma anche il dramma della perdita, della morte prematura, della prigione del corpo. Ecco perché, nella sua estrema dolcezza, esiste un demone che giace supino, una bestia che non si fa scrupoli ed è pronta a ghermire la preda come a dire che “non si scende a patti con la poesia”.

Dal blog Poesia, di Luigia Sorrentino su Rai News

ibelloipoetisonovivi

Bruno Conte recensisce “Turbative siderali” sul blog di Giorgio Moio Frequenze poetiche

 

Ogni voce, quale che sia il tono, può essere autentica se non è maniera, se non è imbrigliata dal fascino di un’altra voce che gli manca. Un errore, quello del “mischiamento” di maniera, che Giovanni Ibello, napoletano, classe ’89, nella sua raccolta d’esordio Turbative siderali (Terra d’Ulivi, Lecce, 2017) non compie, anzi: il poeta riesce a dipanare la “sua” voce senza confondersi, con una precisione e una profondità di scavo considerevoli, da veterano. Difatti, anche Tomada, nella postfazione al libro, evidenzia per primo quest’aspetto, ovverosia di quanto e come il lavoro di rastremazione del mandato poetico sia stato finemente curato. E questi versi «Se non vuoi arrivare alla lacerazione/ non dire una parola/ che sia una», sembrano attestarne l’importanza e la misura perimetrale del fare poesia di Ibello. Una scrittura concava, così ostinata nella sua ricerca nominale che, per definire le cose intorno («È questo il destino dei corpi:/ le amnesie lunari/ la lesione tellurica del buio./ Mai nessuno/ci ha chiesto di essere vivi»), testimonia un’urgenza, una necessità di modulare e interrogare la realtà attraverso uno sguardo inflessibile, a strapiombo («Il diaframma/è sotto l’arco del giorno/lo vedi /l’ultimo rantolo del sole?/ Questo è l’anatema della terra/la nuda prigione/di un costato»). Ibello è un poeta lirico, senza giochi di forma e di significato, senza impalcature di sostegno. È predicativo, custodisce la lezione di maestri dell’assolutezza del verso come la Rosselli e gli amati e incorruttibili russi del primo novecento (da Esenin a Mandel’stam), trasalendo nel vuoto, denso e strangolato, dei suoi temi siderali (la parola, la fine, l’amore e la Napoli residenziale) come “un portatore di fuoco” (citando Salvia, altro autore deflazionato da Ibello in certe fenditure lessicali come «E sarà bellissimo/ come un’idea/ il graffito di dio” o anche in una lirica iniziale “Non scrivo di silenzio, ma di vuoto./ Scrivo dell’acqua mentre scola/ in un reticolo di nodi e feritoie»). Temi, poi, che si legano sinotticamente per anabasi, coartando quasi il lettore a sentire, più che conoscere, un distacco e un dolore di fondo dissotterrato, che si avverte in alcune splendide poesie come questa, l’ultima della prima sezione:

 

Quando tutto sarà finito

sarà il sonno a irrigidire gli occhi

ma prima della fine

c’è una retrospettiva lenta dell’infanzia

una campionatura degli amori.

Poi il respiro si risolve

in un orgasmo neuronale,

è come un’implosione

di pianeti nella mente

una turbativa siderale

del corpo che ritorna seme

 

Del resto, le prime due parti del libro, le più ispirate e liriche, sono collegate sottotraccia dalla richiesta forte di rispondere al trauma dell’essere vivi, in un mondo piegato dal sentimento della fine. E Ibello, nel pronunciarsi a riguardo, mostra anche una postura filosofica notevole (Nietzsche su tutti) poiché i versi restano disossati, senza risultare preziosi e intempestivi, come quando non ha mezzi termini nel dire «Siamo il non voluto./ Siamo l’involuto./ Il dolore che si addomestica,/ il sogno eretico di un’ordalia». Questi sono versi sintomatici di una ricerca escatologica sentita come compito nella misura in cui si prende coscienza che “Tutto si separa per venire alla luce”. Da questa separazione congenita, e dai contrasti oppositivi così frequenti nel libro, il poeta si interroga sul valore della nascita e dell’origine. La disgiunzione tra nascita, origine e fine, si dissemina, infine, nell’ultima parte del libro, “scena madre”, che impatta con occhi tristi e sgranati la sua Napoli, la madre appunto, dove «Nei quartieri residenziali/ i colombi sbucano dalle fogne/ dalle cavità del tufo/ dai tramezzi in cemento». La Napoli dei vapori petroliferi, del sole nero e dell’impotenza di voltarsi al suo destino lesionato di vittima e carnefice, in cui Ibello si muove in uno spleen asciutto, secco, composto. La sensazione è che, in chiusura, di tutte le possibili argomentazioni su Turbative sideralinessuna supera l’attestato di stima di Milo de Angelis, massimo poeta italiano, che in un’intervista inserita ne “La parola data”, colloca Ibello tra le voci emergenti più significative del panorama nazionale.

Il blog “Bibbia d’asfalto Poesia urbana e autostradale” pubblica due poesie tratte da Turbative siderali

Stasera è la volta di Giovanni Ibello con 2 poesie tratte da Turbative Siderali – Terra d’Ulivi Edizioni.

*

Il tuorlo magmatico dell’alba
si sgretola nei cardi.
È questo il destino dei corpi:
le amnesie lunari
la lesione tellurica del buio.
Mai nessuno ci ha chiesto di essere vivi.

*

Basta canzoni d’amore

Hai sognato lo scisma dei santi
il mistero della cernia ermafrodita.
Hai sognato
la vergine delle dune
e aceto per le antilopi erranti.
Quando ti vedo dormire
la notte profuma di arance.

Tre poesie di Giovanni Ibello sul blog italo-romeno “limeslitere”

“Prende corpo dunque un linguaggio che vive nella tensione degli opposti, sospeso fra gli angoli acuti dell’asprezza (“la bocca ad asciugare la tua fica”) e i momenti in cui invece la dolcezza si fa estrema e totalizzante (“misuriamo le distanze coi respiri”), un linguaggio che scava in questa terra di nessuno con l’intenzione di renderla una terra nostra dove cercare una possibile realizzazione.”                                                

dalla postfazione di Francesco Tomada

 

Non scrivo di silenzio, ma di vuoto.

Scrivo dell’acqua mentre scola

in un reticolo di nodi e feritoie.

Perché è sempre un discorso

sul venire meno

sul recalcitrare delle ore,

la canzonatoria

delle parole.

 

Penso al mare sfigurato

dalle scie dei mercantili

cinesi.

 

*

Il tuorlo magmatico dell’alba

si sgretola nei cardi.

E’ questo il destino dei corpi:

le amnesie lunari

la lesione tellurica del buio.

Mai nessuno

ci ha chiesto di essere vivi.

 

*

E’ immorale

la bellezza che ci rende soli

e il silenzio più lungo

è sempre quello

che viene infranto

nel momento sbagliato.

 

“Lasciami andare”

mi hai detto.

“Lasciami andare.

Come si lasciano andare i morti”.

 

Giovanni IBELLO è nato a Napoli nel 1989. Laureato in giurisprudenza alla Federico II, lavora presso uno studio legale che si occupa di diritto civile. Dal 2012 è iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania (elenco pubblicisti). Scrive regolarmente di calcio, collabora con “Words Social Forum” e con il Blog di Poesia della RAI.

Turbative siderali è la sua opera prima.

Intervista a Milo De Angelis

 

Milo De Angelis (Milano, 1951) è un poeta, scrittore e critico italiano. I suoi libri di poesia (tra cui SomiglianzeTema dell’addio, Incontri e Agguati) sono stati recentemente ripubblicati nella raccolta Tutte le poesie (1969-2015), edita da Mondadori per la collana “Lo Specchio”. Oltre all’attività poetica, ha fondato nel 1977 la rivista Niebo, attiva fino al 1980; inoltre ha pubblicato un’opera narrativa, La corsa dei mantelli (1979), e una raccolta di saggi, Poesia e destino(1982).

Intervista concessa il 30 Aprile 2017 nell’ambito del festival della poesia Poié – Le parole sono importanti. Si è scelto di riportare le parole dell’autore, senza interpolazioni, dalla registrazione audio.

[Arriviamo in albergo non prima delle 17.00. Milo De Angelis ha chiesto cortesemente di attendere la fine della partita del suo Milan.]

Ho riscontrato tre diverse concezioni del calcio: quella del calcio come atto ‘estetico’ e artistico di un ‘atleta-genio’, come lo vedeva Carmelo Bene; una concezione ‘pasoliniana’, di un calcio da un lato ‘popolare’, ma allo stesso tempo vissuto come ‘ultima’ epica rimasta; in ogni caso potrebbe persistere, tra queste due accezioni, una terza, di puro carattere ludico, in cui l’evento sportivo è vissuto semplicemente come distrazione dal quotidiano. Lei che rapporto ha col calcio?

Io ho giocato a pallone da ragazzo, nei pulcini del Milan. Rivivo ogni domenica, come diceva Vargas Llosa, la ‘dose’ settimanale di giovinezza, che dopo la partita sentiamo di aver ricevuto come dei tossici che hanno bisogno di iniezioni di tempo ‘felice’. Ed è sempre emozionante vedere un bel dribbling, un bel tiro, una bella parata; ci riporta inevitabilmente a quando si giocava nel cortiletto di una scuola, di un oratorio o di chissà dove. Annidato in fondo alla memoria c’è sempre questo tempo ‘leggendario’ che si ripete, si ripresenta; e siccome ciò che abbiamo vissuto è imprevedibile come ciò che avverrà (il passato è imprevedibile come il futuro), allora rivivere adesso il calcio significa rivivere quei tempi in un’altra luce, con un’altra memoria, conoscere meglio ciò che ci è accaduto. Quindi è una bella esperienza di scavo e di interiorità. Io sono un poeta legato a ciò che rimane, legato agli archetipi, all’immutabile. Non vedo cambiamenti profondi nella natura umana, quindi nemmeno nel calcio. Tutto è rimasto intatto come in una fiaba eterna; l’emozione di quel perfetto traversone è la stessa di allora. Tutto il resto è sociologia, politica, giornalismo, che non tocca l’essenza dell’opera d’arte calcistica o sportiva in genere, che è un’opera d’arte d’origine greco-latina, legata alle nostre tradizioni. Siamo nati con un gesto atletico di Pindaro.

Lei ha detto che il passato è imprevedibile, forse perché tentare di storicizzare tutto significa fare della cattiva sociologia, specie in arte.

È la colpa più grande di un critico, di un lettore, di una persona che ama la poesia, ridurla alle sue coordinate storico-sociali. Noi abbiamo vissuto gli anni Settanta, gli anni orribili dove tutto veniva ridotto a ciò, da un marxismo da accatto, da un facile tentativo di mortificare l’unicità e l’eternità dell’esperienza umana alle sue coordinate più contingenti. Ci siamo rifiutati allora, quando era difficile farlo; adesso, a maggior ragione, teniamo ferma questa convinzione che l’uomo non è riducibile a nessun contesto storico-sociale. Nel calcio nemmeno.

Cosa le è rimasto di quel periodo, che già allora sentiva di dover superare?

Io ero in lotta, in battaglia da solo contro cattolici e comunisti, contro due dimensioni egualmente totalitarie della vita, in una difesa strenua della poesia, forse ‘nietzschiana’, come tentativo di difendere la barriera dell’’unico e dell’irripetibile’. Qualcosa che allora non si poteva dire, mentre ora ne parliamo tranquillamente davanti a un registratore; allora, quando tutti ti chiedevano da che parte vuoi convogliare le tue forze poetiche e artistiche, era considerato blasfemo non stare da una parte precisa, che fosse per servire il popolo, la chiesa, il partito, non so che. Io ho sempre pensato che la poesia non ‘servisse’ nulla. Adesso non faccio che ribadire con assoluta certezza che avevo ragione, anche se ero in minoranza.

Però lei in quegli anni ha tenuto una rivista dal ’77 all’‘80, che era Niebo, prendendosi carico di dare spazio a delle voci importanti.

All’epoca c’era la passione per i grandi poeti, per l’idea di tramandare una consegna, una staffetta cosmica che ci coinvolgeva e di cui eravamo responsabili. Chiaro che poi lo sfondo polemico contro destra o sinistra fosse occasionale: quello che contava allora era la forza di questa passione univoca e disperatamente solitaria per la poesia, che allora più che mai (ma questo sempre) era l’ultima ruota del carro, era quello di cui tutti volevano servirsi per parlare di altro. Noi invece volevamo parlare dei poeti e della loro verità.

Noi, più giovani, viviamo quel periodo in maniera alquanto mitica, come se fosse passata un’eternità, ed è come se a questo passato ‘mitico’ non riuscissimo a rispondere come dovremmo.

A me mitico sembra questo presente, non vedevo nulla di mitico nella situazione ‘dittatoriale’ di allora, dove vigeva un’ideologia unica. Mitica era la giovinezza, quindi tutto era accettabile, perché anche il più terribile dei nemici faceva parte della nostra ‘sovrabbondanza’ del sangue e del nostro desiderio di esserci. Però se dobbiamo guardare a quel periodo con una specie di visione ‘aerea’, vedo una bruttissima povertà poetica, un periodo di sperimentalismi da una parte e di populismi dall’altra. Poi è chiaro che i grandi libri comunque c’erano, però contro l’ideologia del loro tempo: c’erano Caproni, Luzi, Sereni, Raboni, dei poeti che nonostante tutto continuavano a fare grande poesia. Però ciò di cui si parlava maggiormente era il dominio della psicanalisi, della semiologia, dello strutturalismo, dell’ideologia e di tutto ciò che noi di ‘Niebo’ consideravamo il nemico.

Chi è che si può dire ‘poeta’ se forse non c’è una definizione che possa essere utilizzata? Sembra che chiunque abbia necessità di esprimere un sentimento, avendo più o meno l’idea di una ‘forma’.

La poesia apparentemente è la cosa più facile del mondo, ma è chiaro che non sia così. Implica una passione monogamica, anche ossessiva, spesso patologica e drammatica per la singola parola, quella insostituibile. Si scrive sotto ‘alta sorveglianza’, come in una cella; facciamo parte di un tessuto delicatissimo, in una combinazione di congegni, e basta sbagliare un passo perché crolli tutto, perché vengano meno anni e anni di lavoro su una poesia. Vedo una permanenza di questa figura del poeta umiliata allora, come adesso, dall’inflazione dei finti poeti, dei performativi travestiti dai poeti, dei cantanti e dei cantautori… liberarsi dei cantautori è stato il primo dovere che io già a dodici anni ho sentito come cruciale. Sono nato nell’epoca dei cantautori, di questi orridi personaggi dalla poesia più facile, più a buon mercato.

È un argomento che ricorre spesso, ma non ho mai individuato una definizione precisa. Perché il cantautore non è poeta?

Perché applica a una ‘parola’ una musica che è esterna alla parola stessa. Così avviene quando un musicista pretende di accompagnarti mentre reciti una poesia, distruggendo sia la sua musica sia la poesia; la poesia ha una sua musica interiore che deve essere rispettata e che non può essere uccisa e soffocata da una musica esterna. Così fa un cantautore, mettendoci un motivetto orecchiabile dentro parole più o meno copiate dai poeti più facili, da Neruda a Prévert. La poesia è un lavoro micidiale, da orefice, su ogni parola, è uno scavo in verticale; poi non è spettacolare, non implica che ci sia un pubblico che applaude o che compra dischi, fa parte di un’altra visione del mondo. E soprattutto non è contemporanea: è postuma, è un’esperienza che ci vede già morti in vita e che forse quando saremo morti acquisterà un significato, mentre per i cantautori tutto è dentro l’immediatezza.

Quali sono le sue impressioni sul lavoro che si sta svolgendo a Poié? Ha avuto modo di notare che il festival non sia una semplice ‘rassegna’, ma sono stati affrontati degli incontri di tipo ‘laboratoriale’ che indagano sul mestiere del poeta.

Quando mi ha scritto Andrea Donaera ho sentito subito l’importanza di questo appuntamento. Per me è stato come il richiamo di una terra amata, di un luogo dove ha vissuto Vittorio Bodini o Claudia Ruggeri, Salvatore Toma e tanti poeti che apprezzo. Poi sapere che qui ci sono dei poeti che stimavo già prima, come Damiano Scaramella, Giuseppe Nibali, Anna Ruotolo e altri, mi ha subito spinto ad aderire a quest’incontro; non per certificare con la mia presenza qualcosa, ma per fare un viaggio insieme ad alcuni dei giovani poeti che ho stimato e che ho incontrato in tanti anni, come Giovanni Ibello di Napoli o Alessandro Bellasio di Milano, nati tra l’86 e il ’90, che mi sembrano avviati in una direzione giusta, con una firma e uno stile interessante e irripetibile.

 

Fonte: Centropens.eu

Angina d’amour, anteprima sul nuovo libro di Giulio Maffii

Nota di Giovanni Ibello

È impossibile definire la poesia. È difficile anche solo parlarne liberamente, senza cadere nella retorica. È molto probabile che essa si riveli nell’atto stesso dello scrivere, ragion per cui non è compito del poeta intellettualizzare il momento creativo. Non sappiamo cosa sia una poesia (la famosa ‘salvezza del corrimano’ di cui scriveva la Szymborska), non sappiamo dove essa ci conduca, ma è ben possibile che – come sosteneva il compianto Dario Bellezza – scrivere versi sia “pura fisiologia”. Forse un verso esiste perché esistere era nel suo destino. Niente di più. Una delle poche certezze di chi vi scrive è la seguente: la parola poetica è “vittima” di un processo di sussunzione che riconduce sempre all’amore e alla morte. Lo sa bene Giulio Maffii che con il suo Angina d’amour (di prossima pubblicazione per l’editore “Arcipelago Itaca”), traccia un quadro scarnificante di questo sentimento, una giusta sintesi dell’amore fatale, dell’amore primo e ultimo. Un dettato poetico privo di fronzoli (sia nelle scelte lessicali che timbriche), composto da suoni e letture volutamente elementari e sferzate improvvise. L’angina coitale, che i francesi chiamano, appunto, angina d’amour, si verifica durante i minuti successivi al rapporto sessuale, ed è il dolore toracico pre-infartuale. L’amore, dunque, è quasi una “tara ereditaria”, e l’autore, con tono – tanto sardonico quanto ponderato – affronta il suo personale dialogo con l’assoluto. Nel lavoro di Maffii, il tema dell’origine diventa quasi spettrale. Amore e discordia sembrano due pugili che danzano macabramente sul ring, e a leggere i versi dell’autore, si ha la netta sensazione che l’intero universo dell’umano sia sul punto di collassare, e più in generale, di implodere. La sua visione delle cose è però lucida, distaccata. Maffii scrive versi d’amore ma non cede alla retorica del sentimentalismo o, peggio ancora, al diarismo. Il tono è quasi sempre uniforme, e un’ironica disperazione ci porta per mano alla fine. La bellezza di alcune poesie sta nella precisione di quei piccoli, impercettibili, movimenti… nel culto dell’esattezza, nell’atto puro e semplice dell’avere cura. Vengono in mente due versi di Magrelli tratti da “Ora serrata retinae”: “Preferisco venire dal silenzio / per parlare. Preparare la parola con cura”. È importante provare a mettere a posto le cose, ad ammansire il tremendo umano. Maffii lo sa. Si prende un bel rischio, ma il risultato è notevole. Questa ad esempio, è struggente:

Mi chiudi con le mani il cappotto
non avevo mai visto tanto amore
luccicarmi in fronte o nei paraggi
Poi lo abbiamo fatto davvero l’amore
un amore lungo uno scalpiccio ventricolare
quello dei resuscitati degli eccitati vinti
Non possediamo niente a parte il nome
e la carne fossile di qualche ricordo
Questa poesia non l’ho scritta io
l’ho trovata per caso e decifrata
sopra il tuo petto.

(da “Angina d’amour”, Giulio Maffii. Arcipelago Itaca, 2018)

Articolo pubblicato su “Poesia, di Luigia Sorrentino” per rainews

Emilio Capaccio traduce una poesia di Giovanni Ibello

Tu credi che con la mia bellezza farei tremare la California
ma non sai che gli uomini soli piangono di notte
e come i maiali,
scontano con la vita l’intensità di un orgasmo.

Adesso,
mentre tutto questo accade non ci sei più.

Sei andata via dopo avermi detto
che l’unico silenzio che comprendo
è l’attesa di un calcio di rigore.

Giovanni Ibello (poesia raccolta in “Turbative siderali”, Terra d’ulivi edizioni, 2017, Lecce)

*

You believe that with my beauty I would make to tremble the California
but you don’t know that the lonely men cry at night
and as pigs,
they serve with the life the intensity of an orgasm.

Now,
while all this happens you’re not here.

You have gone away after having said me
that the only silence that I understand
is the wait of a penalty kick.

Traduzione di Emilio Capaccio, che sentitamente ringrazio per questo dono.

“I fili”, Giovanni Ibello traduce una poesia di Philip Larkin

The wires

The widest prairies have electric fences,
For though old cattle know they must not stray
Young steers are always scenting purer water
Not here but anywhere. Beyond the wires

Leads them to blunder up against the wires
Whose muscle-shredding violence gives no quarter.
Young steers become old cattle from that day,
Electric limits to their widest senses.

Philip Larkin

I fili

Le praterie più estese hanno recinti elettrici,
perché se il vecchio bestiame è mansueto
i giovani manzi fiutano sempre l’acqua più pura
Non solo qui, ma ovunque. C’è il richiamo di un altrove

che li fa schiantare nel recinto
con una furia che lacera le carni, senza tregua.
Da quel giorno i giovani manzi iniziano a invecchiare
i limiti elettrici soffocano la vastità dei sensi.

Traduzione di Giovanni Ibello

Vanina Zaccaria recensisce Giovanni Ibello per la rivista italo-russa “Sussurri e Grida”

L’ho scritto tempo fa. Mi piace fantasticare sulle “parole ponte”, quelle che (per me) creano legami elettrici col vuoto, quelle che non temono mancanza di fiato. Trasognare, per esempio, è una parola ponte. “Sognare attraverso”, penso… ma attraverso cosa? Qualcuno parla di “aria trasognata” e sembra dire tutto, ma non è così. In quel deserto bianco c’è spazio per una sola domanda. Ed è quella giusta.
Cerco rifugio nell’analisi logica. Il complemento è un magnete, l’attributo un giano. Non ti fidare. Fidati invece di Vanina Zaccaria.
Vanina è stata per me “levatrice di versi”. Li ha aiutati a venire al mondo (a stare al mondo) anche se già c’erano, già esistevano; però lo spazio e il tempo si piegano alla “mistica del cervello” (direbbe Amelia Rosselli). Forse ogni grandezza fisica, ogni parametro spaziale è “solo” un complemento al magnete della teologia e del bel canto.
Una meravigliosa recensione sulla rivista in lingua italiana e russa “Sussurri e grida” che voglio condividere con voi.

Giovanni Ibello

 

Una foto di Dino Ignani

 

Fotografia scattata da Dino Ignani alla finale del Premio di poesia “Città di Fiumicino” (28/10/2017).

Ringrazio l’autore per il graditissimo omaggio.

Giovanni

 

 

Philip Larkin, due poesie da “High windows” tradotte da Giovanni Ibello

THIS BE THE VERSE

They fuck you up, your mum and dad.
They may not mean to, but they do.
They fill you with the faults they had
And add some extra, just for you.

But they were fucked up in their turn
By fools in old-style hats and coats,
Who half the time were soppy-stern
And half at one another’s throats.

Man hands on misery to man.
It deepens like a coastal shelf.
Get out as early as you can,
And don’t have any kids yourself.

SIA QUESTO IL VERSO

Mamma e papà ti fottono.
Magari non vogliono farlo, ma tant’è.
Ti trasmettono le loro antiche meschinità
E aggiungono qualche extra, solo per te.

Però anche loro sono stati fottuti
Da alienati con cappelli e cappotti fuori moda,
Che passavano metà del tempo a poltrire
E l’altra metà a ghermirsi la gola.

L’uomo cede all’uomo la disperazione.
Sprofonda come una piega costiera.
Quindi sbrigati a levarti da mezzo,
E non mettere al mondo alcun figlio.

(dalla raccolta High windows, 1974)

THE TREES

The trees are coming into leaf
Like something almost being said;
The recent buds relax and spread,
Their greenness is a kind of grief.

Is it that they are born again
And we grow old? No, they die too.
Their yearly trick of looking new
is written down in the rings of grain.

Yet still the unresting castles thresh
In fullgrown tickness every May.
Last year is dead, they seem to say,
Begin afresh, afresh, afresh.

GLI ALBERI

Tornano sugli alberi le foglie
Qualcosa sta per essere annunciato;
Gli ultimi germogli si schiudono adagio,
Nel loro verde c’è una specie di dolore.

Forse loro hanno nuova vita
E noi invecchiamo? No, anche loro muoiono.
È questo il prodigio degli anelli di grano
sembrare negli anni, sempre nuovi.

Eppure, si scornano nel maggio
Turbate e solenni fortezze.
Sembrano dire l’anno passato è morto,
E ancora si riparte, e ancora e ancora.

(dalla raccolta High windows, 1974)

Traduzioni di Giovanni Ibello

Philip Larkin (Coventry, 1922 – Londra, 1985), poeta e critico musicale inglese, è stato uno dei piú celebri autori del Novecento. Tra le sue raccolte di poesia tradotte in lingua italiana, si ricordino: “Le nozze di Pentecoste e altre poesie” (Einaudi, 1969) e “Finestre alte” (Einaudi, 2002).

  • Articolo apparso sul blog di Poesia di Luigia Sorrentino per RaiNews il 10 gennaio 2018