Le parole di Grace

Spazio letterario a cura di Giovanni Ibello

Giovanni Ibello sulla poesia di Mircea Cărtărescu, una nota di lettura

Mircea Cărtărescu, nato a Bucarest nel 1956, è considerato uno dei più raffinati autori dell’Est Europa, nonché il precursore di una generazione di poeti vissuti negli anni ’80 sotto il regime di Ceausescu.
Nella poesia di Cărtărescu, mi stupisce la straordinaria capacità dell’autore di “desaturare” lo scibile.
Infatti, a mio sommesso avviso, una delle prerogative del vero poeta è saper individuare quello spazio obliquo e malfermo, dove il reale si fa elettrico e desueto, con l’intero cosmo che riverbera senza disciplina.
Cărtărescu, dunque, ci offre una sorta di anteprima postatomica: una visione abbacinata dell’esistenza, frutto di un dinamismo che tiene conto del moto di rivoluzione della terra, del delirio chimico della clorofilla, dei combustibili fossili, del silenzioso fervore dei microcosmi. Eppure, al di là di questo buio caos, il dettato lirico del poeta appare straordinariamente compatto, limpido (come se questo fosse l’unico scenario possibile), pregno di una commovente malinconia che si rivela poco a poco e lo fa per paradossi. L’autore, ad esempio, ci racconta l’amore carnale, ma distratto… l’abisso, ma anche il “merito” della solitudine. E allora nella poesia di Cărtărescu ci accorgiamo che il lavandino si innamora delle stelle stampate sulla tenda, o che nel ristagno di benzina la luce ricama tutti colori dell’iride. Esiste, in definitiva, un processo di sussunzione dell’accadimento, che muta la prospettiva, che muta i cardini della percezione convenuta.

Giovanni Ibello per Poesia, di Luigia Sorrentino

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Giovanni Ibello su “Amore in piazza” di Vladimir Levchev

“Amore in piazza” (Terra d’ulivi, 2016) di Vladimir Levchev è una straordinaria raccolta antologica che, secondo il parere di chi scrive, è un manifesto che definisce una certa idea di poesia.
L’opera (tradotta da Emilia Mirazchiyska e Fabio Izzo) è ripartita in tre sezioni: “Amore”, “In piazza” e “Dio”.
Partiamo, insolitamente, dal mezzo: nella sezione “In piazza” l’opera assume i toni freddi e disadorni della migliore poesia civile. D’altra parte, l’autore decide arbitrariamente di valicare lo spazio incolore della narrazione, così che la parola poetica apra un transito, una necessaria connessione tra i freddi resoconti della cronaca (nella fattispecie la dittatura di Zivkov) e l’infinita grazia del sogno.
Levchev ci racconta l’omertà dei muri in rovina, la tenebrosa Sofia e le pieghe del socialismo nei sogni dell’albero marcio (non ha più foglie, fuori, la quercia, vive dentro una combustione interna).
Pur essendoci un indefettibile trait d’union (un’ineludibile tensione all’immaginifico) tra le diverse sezioni, in “Amore” e “Dio” il dettato lirico ci restituisce un sublime (in chiave kantiana) dialogo con l’assoluto. Levchev, pur non lesinando fini didascalici (a differenza dei grandi “maestri della veggenza”), dimostra la nobiltà e la fierezza di un templare: occorre un indomito coraggio per scrivere versi così spietati.
Non è facile ammettere che la grande poesia dei secoli è certamente una forma di preghiera laica, che la visione è tutto… perché la mente è Dio.
Levchev ci insegna che la parola resta uno strumento per definire le gerarchie celesti, che se le parole ci creavano, oggi ci distruggono. Proprio come l’amore. Ti amo perché tu non esisti, prorompe l’autore, ma ti abbraccio come uno che sta per affogare. Mi volgo a te come il girasole verso un fiammifero, mentre il tramonto strepita dietro le cattedrali…
L’amore, dunque, è una polveriera nucleare, un essere feroce e insaziabile che tutto divora nel gelo d’oriente. L’amore in piazza è un’idea di disarmo.

 

Giovanni Ibello per “Poesia, di Luigia Sorrentino”

La poesia di Simone Cattaneo, nota di lettura di Giovanni Ibello

Nota di Giovanni Ibello

Già in passato mi sono occupato della poesia di Simone Cattaneo. Pertanto, sono ben lieto di reiterare quanto precedentemente espresso e condiviso sulle figure magmatiche di questo autore. Qui siamo di fronte a un testo anti-sperimentale, dove i toni caustici del poeta rivelano un tormento, il dramma “dell’abitare il corpo”.
Per Simone Cattaneo la bellezza si declina in una folgore, nel prodigio che sospende, ma non salva. Lo stupore di certe figure celesti addomestica l’Idra-vita ma non lo decapita, fungendo dunque da contraltare all’orrore dell’essere umano, alla recessione spontanea delle stagioni, degli “adorati ascoltati meno”. Fossero i benvenuti loro, scriveva Bellezza. Ecco il canto dimenticato dei reietti, la subornazione di un testimone ostile.

Da Nome e soprannome

Me ne stavo sdraiato sul pavimento del bagno
a cantare l’unica canzone in inglese
che conosco e a sputare cercando di colpire
un piccolo ragno sul muro,
quando la forma indecisa del mio braccio mi è parsa
simile alla bacchetta di un rabdomante che si piega
in prossimità di una qualsiasi sorgente d’acqua ormai prosciugata,
e allora ho deciso che non sarei morto soffocato dalle parole
che incendiano la giornata e ci frustano il viso senza motivo
avrei bene o male tirato a campare ancora per un po’,
il tempo necessario per non regalare
tutti i fiori di legno che offuscano la mia casa
a donne amate da anni e non incontrate mai.

Simone Cattaneo, Saronno (1974-2009), in poesia ha pubblicato:
Nome e soprannome (Atelier, 2001), Made in Italy (Atelier, 2008).

Nel 2012, Ponte del Sale editore ripropone tutte le sue poesie più brani inediti nel volume “Peace & Love”. Le sue poesie sono state altresì pubblicate su “Atelier”, “La clessidra”, “Hebenon”, “Poesia”, “Letture”, “Graphie”, “Tratti”, “Clandestino”, ”La Mosca di Milano”, “Il primo amore” e “Ore piccole”.

Articolo pubblicato su “Poesia, di Luigia Sorrentino”

La poesia di Alessandro Ceni (una nota di lettura di Giovanni Ibello)

La poesia di Alessandro Ceni sembra quasi un rituale di recessione, una metamorfosi di elementi che si deformano, di insetti dormienti, di erbe gelate nello stomaco del bue.

Attraverso un processo di accensioni visionarie, le riflessioni metafisiche dell’autore ci conducono a una spudorata evidenza del nulla.

La scansione dei versi è regolata da leggi “autonome”; pertanto l’eleganza della parola si alterna a un impeto, a una risolutezza espressiva che spiazza anche il lettore più attento.
Al di là degli inevitabili richiami a Walt Whitman e Dylan Thomas, Alessandro Ceni resta un poeta fedele a sé stesso, un autentico numero primo.

L’impressione è che per l’autore la “natura delle cose” si risolva in un’esperienza sinestetica e drammatica, dove l’assenza è generata dal tumulto del tragico e l’io regredisce spontaneamente nel selvatico, in un bianco primitivo, senza storia, senza dominio e per questo “prossimo al divino”.

 

Da La natura delle cose, Milano, Jaca Book 1991

Ecco il buio spezzacuori
e i trampolieri dei suoi sentimenti
dove un no ancora pende
con una gamba levata
sopra l’amante in silenzio
che ode rompersi
i biscotti ed assentarsi l’istante:
sbriciolato sulla superficie
El così camminava le acque.

Da qualche parte in noi
ho sentito ridere,
gli alberi ambulare sulle punte
con le cime apparecchiate d’uccelli
spalancati nel buio,
dai bisbigli
la notte notte
e frusci e susurri e sospiri,
gli scheletri orribilmente incrinare
per le fattezze di un tempo e
sperare sotto il padre mare:
nell’ora dei sogni veritieri
El premendo e penetrando
s’avvolgeva la testa.

Ecco la bocca piena del loro amore splendente
spunta sulla boscaglia tremolante del mondo,
finito il moto
per un secondo ancora
sbatte e colpisce la luna,
i satelliti s’inceppano
in una vecchia promessa
e insieme voltano ammainati i venti:
il tuo abbraccio la spezza
il tuo cuore è inadatto
la tua lingua incomprensibile,
El per non farla diventare
la sorprendeva.

Da qualche parte in noi
libero è uno spazio da alberi,
dove le cicogne precipitano stecchite
picchiando le carlinghe dei razzi
per far loro perder la testa,
le rotte piangendo s’invertono
passano il deposito
gli hangar in cui rulla e s’appronta Saturno
e non possono prender la Terra,
anzi, senz’erba neppure: sfiorate
le leve segrete
le albe uscivano
ronzando come dischi,
come da una ferita mal riparata
il sonno degli esseri esce in vapore,
ma era la Terra
che le partoriva
ed El col buco nero le divorava,
il finto pescatore assopito e andato di sotto
spezzando la lastra del mare.

Ecco se il gran Sole e se l’Immenso
non fossero
ma fosse soltanto
lo scampanìo delle mani
quando ci si saluta
e il missile puntato, la navicella degli atomi,
i motori che più non ci abbandonano
e vertici linee che incessanti proclamano
d’ossidiana e lapilli la fattura del cielo,
l’altro mare a specchio
d’anemoni e formine, e in
questo nostro scrutiamo
di quello la pomice lunata,
la semplice fosforescenza degli astronauti:
il lento verde e
fluitare dei canali,
limo che mai vide e capì
minacciato dai tonfi
e di tuffi dalle massicciate,
o suono delle parole che non si dissero,
i non visti abitatori
in ascolto del vento che mai spira,
picchettati per i capelli
come Lilliput
dalle alghe e dai molluschi,
desti ai bengala dell’Asino e del Bue
e al mugghio del Bambino contro le stanghe:
da qualche parte in noi,
i marziani immobili osservano
sostare il nuoto innamorato degli sgombri
e un lugubre sole accomiatarsi,
cerimonioso, temperando un legnetto,
coi volti pensosi trascolorano
ai nomi delle fidanzate terrestri,
lontane lontane e
rifiorite per loro nei loro cuori verdi:
El soffiò in un’onda di vetro
una sfera
perché anche quel poco soltanto non fosse.

Alessandro Ceni (Firenze, 1957).
In poesia ha pubblicato:
I fiumi d’acqua viva, Milano, Guanda, 1980
• Il viaggio inaudito, con una nota di Milo De Angelis, Riva del Garda, Tosadori, 1981
• I fiumi, Milano, Marcos y Marcos, 1985, 19902 ISBN 8871680359
• La natura delle cose, Milano, Jaca Book, 1991 ISBN 8816520035
• Nel regno, introduzione di Roberto Carifi, Forlì, Nuova Compagnia, 1993
ISBN 8886213018
• Il pieno e il vuoto (antologia), prefazione di Piero Bigongiari, postfazione di Roberto Cafiri, Milano, Marcos y Marcos, 1996 ISBN 8871681673
• Ossa incise e dipinte (9 poesie e 14 tele), Porto Sant’Elpidio, L’Albatro, 1999
• Tra il vento e l’acqua, introduzione di Andrea Ulivi, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2001 ISBN 888747821X
• Mattoni per l’altare del fuoco, Milano, Jaca Book, 2002 ISBN 8816520213
• Nella valle dello Scesta, Milano, Il ragazzo innocuo, 2009
• Parlare chiuso. Tutte le poesie, Puntoacapo, 2012 ISBN 9788866791171

 

Articolo pubblicato su Poesia di Luigia Sorrentino

Giovanni Ibello su “La disponibilità della nostra carne” (di Laura Liberale)

Articolo apparso su Poesia, di Luigia Sorrentino il 16 giugno 2017

Nota di Giovanni Ibello

“Ricostituiscimi (…) a me restituiscimi”, scrive Laura Liberale in un testo, davvero struggente, tratto da “La disponibilità della nostra carne” (Oèdipus, 2017). Quest’opera si snoda intorno a un grande paradosso: è solo parzialmente imperniata sul “vissuto” dell’autrice. Difatti, l’elemento autobiografico ricostruisce più che rievocare. In realtà, sarebbe più opportuno parlare di “un futuro simulato”, di un non voluto. Di un involuto. In quest’opera, il magma-verso è sì incandescente, ma potenziale. La poesia della Liberale invoca qualcosa che non è destinato a trovare compimento. Il corpo dell’innocente si disincarna dall’alea della madre, e richiama il tradimento dell’acqua, l’ultima misura del danno. L’opera costituisce un unicum nel panorama letterario contemporaneo, spesso ingolfato da una poesia eccessivamente diaristica e autoreferenziale. Qui, invece, il dettato poetico dell’autrice è scarnificante, e procede per coppie oppositive, dove la “dialettica della colpa” (schermarsi dietro una sineddoche: la parte per la vergogna del tutto), la viltà dell’ingenerato… invoca una parziale (mai piena) redenzione (pensavi forse non avesse un prezzo?). Eccola, la parabola dell’inizio e della fine, il testamento spirituale che si annuncia sin dal primo verso in esergo: Foste un dilapidato tutto. Siete. La parola poetica è sempre vittima di un processo di sussunzione che riconduce all’amore e alla morte. Non c’è pace, c’è solo la lingua, l’odore della carne portato nell’abbraccio e lo strumento-parola che contestualmente individua una “dipartita della parola”. Il verso si fa reticente perché sfida la sacralità del silenzio. A ben vedere, lo scopo della Liberale è quello di invertire un destino, ascrivendo alla poesia una funzione alchemica: insomma, qui il poeta si fa demiurgo e s’impone sull’accadere. Nel processo di rastremazione dei suoi versi (non ti voltare finché le parole non siano assolute come ossa), l’autrice intraprende un dialogo, una lunga trattativa con l’assoluto: contempla nella medesima misura, il tremendo-oggetto come il tremendo-forma. Questo è il sadismo della parola, il disarmo dell’umano, il fallimento di un’ordalia… Laura Liberale, dunque, restituisce la “verità della carne” e apre una finestra di dialogo con l’oriente. Esorcizza il dramma, decifrando il transeunte con una piena e voluta recessione della mente. Questa è poesia di tutti. Abbiatene cura.

Quando ti attornieranno i vivi

chiedendoti: Mi riconosci?

non sentirai che la membrana

di due bocche a sfiorarti

il pochissimo dei pugni nelle orbite

a strappare lo sguardo che negasti.

Vedranno sé stessi una volta sola

attraverso i tuoi occhi liminari:

Non ci riconosciamo, ti diranno

non crescono specchi nel nostro prato.

 

I parenti circondano il moribondo e dicono: “Mi riconosci? Mi riconosci?”.

Chāndogya-upaniṣad, VI, 15, 1

 

*

 

E dunque lei muore.

Un altro mistero s’ingrotta

di donna consanguinea

di stele che non aprì alfabeti.

 

Finisce in piaga la carne:

la consunzione come punta

di un iceberg familiare.

 

*

 

Ricostituiscimi

ripete chi fu fatto a pezzi

al fuoco volto a mezzogiorno

che diede al sangue un battito marziale.

A me restituiscimi.

E il sangue si abbandona al proprio sperpero

si dissipa, impotente.

 

Certe donne credono che solidificandosi

il sangue possa generare un figlio.

 

 

Quando smembrarono Puruṣa, in quante parti lo divisero?

 

Ṛgveda, X, 90, 11

 

*

 

La madre è il leone nero

che infrange a unghiate

la cupola dell’infanzia.

Sapere è bucare la luce

aprire varchi d’ombra.

Questi pezzi disseminati

sono l’ultima misura del danno.

Giovanni Ibello sulla poesia di Claudia Ruggeri (una nota critica)

Articolo pubblicato il 28 ottobre 2017 su Poesia, di Luigia Sorrentino (http://poesia.blog.rainews.it)

È il 27 ottobre del 1996 quando Claudia Ruggeri decide di lanciarsi nel vuoto: ha solo 29 anni e una bellezza adamantina. Insostenibile.
La sua poesia, un lungo testamento precoce fatto di accensioni visionarie e virtuosismi lessicali, è oggetto di un percorso ondivago. Parliamo di una poetessa per lungo tempo dimenticata dalla critica (accademica e militante), ma anche mitizzata da un nutrito gruppo di fedeli seguaci.
Forse il primo che si è concretamente interessato alla sua opera è stato Mario Desiati che nel 2005, le dedica un lungo intervento sulla rivista “Nuovi Argomenti”, con la contestuale nonché parziale ripubblicazione di “Inferno minore”.
La poesia della Ruggeri, feroce ma decadente… ha il tono di una tragica profezia: è barocca e dissacrante, dal lessico eclettico e senza pudore.
Un dettato scarnificante che non inganna – non finge – è un dire escatologico che tuttavia, chiede al lettore uno sforzo. Il lettore deve tendere la mano, deve fidarsi. Solo così si compie il passaggio, il rituale della parola che – citando Luzi – “tocca nadir e zenith”. Solo così tutto si tiene.

Da “Inferno minore”

se ti dico cammina non è perché presuma
di parlarti: alla montagna, alla malìa
di milioni di lame, arrivarono a migliaia
cose nude si sparirono bestie, alla neve
al malozio della trappola, tutto
s’esiliava a quel richiamo disanimale.
ma chi nega che in tanta sepoltura
sia avvenuto al pendio un biancore vero
o lo strano brillio che ti destina se la passi,
e pur e pur non sfondi
alla tagliola che non scatta, e più
non stravolge l’inerzia della lettera, ne anche
tiene lo sporco della suola; si noda
tutta al Trucco che l’immàcola, s’allenta,
a tratti s’allaccia cose che muoiono,
solo scali, cose già sganciate…
a te a te altro ti tiene, non la parola,
per te s’alleva una tortura dentro la bara
della Figura, una condanna alla molla
maligna del Carnevale abominevole, alla cantina
cattiva di finisterrae violenta
dove s’aduna, al molo, ogni bestiario
qualunque personaggio, alcun oggetto, per una muta
buia dell’attore, per un aumento in male, per l’alta
fantasia che mi ritorna di tanta cerimonia
incorreggibile, per una benvenuta dismisura, per
me che fui per te senz’anima
e feci un patto al malto
sul seme di un’estate
dove esplose la vena che divina;
che sbotola che lima, per te seppi, se sia l’afrore
o la Macchia del logoro, che cova sul monte
il fondo lo scatto l’inverno del falco.

Claudia Ruggeri (1967 – 1996) in poesia ha pubblicato:

“Inferno minore”, L’Incantiere, Laboratorio di poesia, Università di Lecce, 1996 (postumo)
“Inferno minore”, con inediti, Ancona, peQuod, 2007 (postumo)
“Canto senza voce”, Lecce, Terra d’Ulivi, 2013 (postumo)
“Uovo in versi”, Lecce, Terra d’Ulivi, 2015 (postumo)

Turbative siderali recensito su “La balena bianca” dal poeta Alessandro Bellasio

Turbative siderali è il libro d’esordio di Giovanni Ibello, giovane poeta del 1989. Diviso in tre sezioni, il libro è costruito intorno a due nuclei principali: da un lato, il mondo naturale, vegetale e animale, e dall’altro invece quello metropolitanodi una Napoli livida, solitaria e travolta. E proprio lo sguardo che Ibello riserva al mondo naturale, con le sue tinte accese e la crudezza delle immagini, è emblematico della poetica dell’autore, e ci riporta alla mente alcuni esiti del primo Gottfried Benn, quello di Morgue, per intenderci. I fiori, gli alberi, e soprattutto i numerosi animali di questa poesia, sono tutti attraversati da un grido, sono abitati da una forza distruttrice. Sono animali mutilati, corrosi, presi per sempre nello stesso turbine rovinoso che trascina con sé gli esseri umani, e ne sono anzi la prefigurazione. Vi sono infatti «carcasse di poiane» in cui si scorge l’anticipazione della propria caduta; gatti e topi spezzati da un rantolo; e poi «maiali sgozzati | riversi su di un fianco». Riconosciamo in queste immagini non tanto la perizia logica di un correlativo oggettivo, quanto piuttosto la furia panica che spacca da dentro il respiro degli esseri, restituita senza mediazioni, ma mediatrice di conoscenza. Da quella crepa avvertiamo il rombo sordo delle potenze elementari, l’agitazione che squassa la materia, e ne traiamo un’intuizione sulla natura dell’essere, che è attraversato da una frattura, da un vuoto di cui la poesia deve dare conto: «non scrivo di silenzio, ma di vuoto».
Di tanto in tanto, sapido palliativo, l’amore giunge ad allentare questa stretta; ma forse è una trappola, e l’amore stesso non fa altro che esacerbare il conflitto, in virtù della violenza corporea, dell’urgenza sessuale che porta con sé, come la sua ferita immedicabile…
E poi, su tutto e dietro a tutto, inafferrabile e cinerea, arcaica e neomelodica, la città, Napoli, che non si presenta mai come insieme organico, ma sempre nelle sue parti disaggregate: un muro sbreccato, colpito dalla folgore degli anni; il marciapiede dove pulsa la ferita della bestia accasciata; l’auto spersa tra i casermoni dove si consuma il dramma di solitudine dell’uomo; la gigantografia di Maradona che ci parla di una perdita e di una nostalgia più remote, originarie. È come se un sisma avesse colpito il mondo di Ibello, e il poeta cercasse ora i due pezzi di cemento che combaciano, due fili di ferro da cui lavare via il sangue, quello versato dal cuore inerme delle cose.
Questa Napoli dal «sole nero» reca in sé, come incisa nelle sue vene sulfuree, «la lesione tellurica del buio», la stessa che sancisce il destino delle creature che la abitano. E lì, in quella faglia dei muri e delle strade, in quella furia elementare di cui ogni essere è perimetro ed epicentro, è scritto il nostro nome, «nell’aroma sulfureo della rena, nell’eco greve dei suoi spazi». È una guerra che si combatte tra gli elementi, al fondo inaccessibile delle cose, di noi. È la forza terremotante di Polemos – «padre di tutte le cose» secondo Eraclito – a reggere le sorti degli esseri. Nella tremenda consapevolezza che la vita di cui siamo chiamati a rispondere sembra affiorare da un buio senza causa, senza meta e senza origine:

Il tuorlo magmatico dell’alba
si sgretola nei cardi.
È questo il destino dei corpi:
le amnesie lunari
la lesione tellurica del buio.
Mai nessuno
ci ha chiesto di essere vivi.

Turbative Siderali sulla rivista “Versante ripido”, una nota di lettura del critico Antonio Fiori

La raccolta denota una invidiabile maturità e, come dice Francesco Tomada nella postfazione, si stenta a credere sia opera d’esordio. E’ in particolare il pervasivo tema della morte che ci colpisce, il lucido disincanto con cui è affrontato (“E’ un quotidiano/ addestramento sulla fine,/ la sola frontiera dei vivi.”). C’è poi un intermittente anelito alla preghiera ed una pietas costantemente ribadita (“Ma il fatto di esistere davvero/ solo nel momento della resa/ mi fa guardare in faccia dio/ gli uccelli, i pesci/ gli eterni assenti,/ la pietà degli uomini impotenti.”). E ben si può perdonare qualche rara ridondanza ad una poesia così consapevole, coerente, dai tratti sapienziali. Si viene per esempio a “sapere che le pause/ valgono di più quando si muore”, che “se non vuoi arrivare alla lacerazione/ non dire una parola che sia una”, che “mai nessuno ci ha chiesto di essere vivi”, che “non tutte le ferite possono rimarginare”. Nella poesia di Giovanni Ibello si trova dunque, in modo conclamato, una conferma della concezione dell’arte come educazione alla morte e l’ulteriore conferma che sempre più poesia contemporanea sta virando verse forme laiche di preghiera e d’omelia (anche se, talvolta, la parola non ci soccorre più: “la preghiera del giorno: siamo muti”). Una raccolta senza dubbio da consigliare e un autore sicuramente da seguire. AF

     

da Turbative siderali, Terra d’ulivi Ed. 2017 (selezione dell’autore):

Di quello che sognavi veramente
non resta che un silenzio siderale
una lenta recessione delle stelle
in pozzanghere e filamenti d’oro,
il riverbero delle sirene accese
sui muri crepati delle case.
Così dormi, non vedi e manchi
il teatro spaziale delle ombre.
Il desiderio è l’ultimo discanto.
Ma quanti gatti si amano di notte
mentre l’acqua scanala nelle fogne.

*

Hai sognato lo scisma dei santi
il mistero della cernia ermafrodita.
Hai sognato
la vergine delle dune
e aceto per le antilopi erranti.
Quando ti vedo dormire
la notte profuma di arance.

*

È questo il destino dei corpi:
le amnesie lunari
la lesione tellurica del buio.
Mai nessuno
ci ha chiesto di essere vivi.

*

Quando tutto sarà finito
sarà il sonno a irrigidire gli occhi
ma prima della fine
c’è una retrospettiva lenta dell’infanzia
una campionatura degli amori.
Poi il respiro si risolve
in un orgasmo neuronale,
è come un’implosione
di pianeti nella mente
una turbativa siderale
del corpo che ritorna seme.

*

Nei quartieri residenziali
i colombi sbucano dalle fogne
dalle cavità del tufo
dai tramezzi in cemento.
E mi piace pensare
al respiro dei cardini,
ai palpiti dei basamenti
ai rituali d’amore inascoltati
nell’endometrio delle case.

Turbative siderali di Giovanni Ibello, nota critica di Sebastiano Aglieco su Miolive

Immaginiamo di assumere come termine di paragone questo testo a pagina 20:

Quando tutto sarà finito
sarà il sonno a irrigidire gli occhi
ma prima della fine
c’è una retrospettiva lenta dell’infanzia
una campionatura degli amori.
Poi il respiro si risolve
in un orgasmo neuronale,
è come un’implosione
di pianeti nella mente
una turbativa siderale
del corpo che ritorna seme.

Il riavvolgimento della moviola, il corpo che ritorna seme, ricordano naturalmente il di Milo De angelis di T.S.: “mentre la donna sul prato partorisce / sempre più lentamente, / finché il figlio ritorna nella fecondazione / e prima ancora, nel bacio e nel chiarore / di una camera, il grande specchio, / il desiderio che nasce, il gesto.”

Il testo ha anche la funzione di delimitare lo spazio tra una poesia di assoluta separazione e una poesia che, malgrado un’eventuale sconfitta finale, è interessata alla campionatura degli “ormai” alla visione del film della vita fino alla sua conclusione.

Quest’opera prima, quindi, è costruita intorno allo scoppio di immagini dopo ogni fine, scoppio che, in prospettiva potremmo chiamare “un’esplosione di pianeti nella mente”. Ogni amore, in fondo, è come l’inizio, il sogno, il rito della ripetizione, lo sbocciare del fiore. L’evento virgineo, prima dello scadere dei colori, si ripete nel libro in forma di segno, promessa di nuove parole.

L’inizio è, soprattutto, nudità, un cromatismo innocente esibito nell’evento; una congiunzione che coincide con la perdita. Il seme rimane sempre solo nell’invocazione del “Lasciami andare”, nello sforzo di capire che cosa significa lasciarsi andare.

I versi più belli sono forse quelli in cui leggiamo di un’adolescenza appena uscita dall’infanzia. In queste immagini, per esempio, “tirare su col naso”, “reinventare la bocca”, sentiamo una sprovvedutezza, una saggezza che non arriva – è guai se arrivasse totalmente, quando scriviamo poesia! –

Leggiamo, insomma, di un vitalismo che si arrampica, come deve essere, sui muri di una ricerca formale ma che a volte l’abbandona, ripercorrendo direttamente i sentieri dell’esperienza e tornando indietro, molto indietro, nel primo ordine delle cose; intuendo che scrivere – o forse parlare – è pericoloso: “Se non vuoi arrivare alla lacerazione / non dire una parola / che sia una”.

Nella terza parte del libro l’autore ci propone un atteggiamento più distaccato: uno sguardo osserva delle scene e le propone in versi quasi autonomi: il volo disperato dei gabbiani, la guerra, la fatica di restare / in piedi al buio, il freddo che s’inarca nelle reni, la scena notturna di due uomini chiusi in una vecchia macchina che fumano, i pannelli di eternit / sgretolati da una folgorela solitudine degli uominii vapori petroliferi che stordiscono le ultime falene, l’immagine di Maradona sospesa sul muro di cemento.

Si chiama, questa sessione, Scena madre e Ibello la conclude con la riflessione di un padre che insegna al figlio. Siamo, quindi, ancora una volta, al riavvolgimento del nastro, alla riflessione che apre il libro: “La nudità è dei corpi, il resto è mistificazione”.

Auguri a Giovanni Ibello di nutrire sempre la sua parola e la sua​ vita​ di questa nudità.

Sebastiano Aglieco

Turbative siderali su Niederngasse.it: una foto-recensione di Nerina Toci

Giovanni Ibello Turbative siderali 2017

Giovanni Ibello Turbative siderali 2017

Il tuorlo magmatico dell’alba
si sgretola nei cardi.
È questo il destino dei corpi:
le amnesie lunari
la lesione tellurica del buio.
Mai nessuno ci ha chiesto di essere vivi.

Turbative Siderali su Rivista Clandestino di Davide Rondoni e Gianfranco Lauretano (recensione a cura di Melania Panico)

Le punte estreme di Ibello

“Turbative siderali” di Giovanni Ibello, Terra d’ulivi, 2017

 

Tempo – vuoto – luce.

Prendiamo tre temi cardine della poesia contemporanea.

Togliamo quella tensione all’elucubrazione tipica di molti giovani autori che si approcciano per la prima volta alla poesia.

Mettiamoci dentro l’abisso, “l’ultimo confine dell’esistere” o “il quotidiano addestramento sulla fine”. Otterremo così il libro di esordio di Giovanni Ibello – a patto che si sappia fare poesia – come nel caso in questione.

È raro trovare opere prime così compatte e vive, dove il senso di fiducia nella scrittura si manifesta in un linguaggio che ha punte estreme e una consapevolezza non da poco, un’aggettivazione ricca e un serio progetto di base.

La “turbativa” – per citare il titolo del libro – è qualcosa che coinvolge quello che è intorno, una universalità da raggiungere partendo in effetti da riflessioni intimiste, come necessario, “tutto si separa per venire alla luce”, (tutto è nella frattura) e ancora “ci ha separato l’incoscienza/ perché il distacco non ha memoria”.

E arriviamo poi alla “scena madre” che è anche il titolo della terza – illuminante – sezione del libro. In fondo le domande sono quelle che appartengono a tutti: “che cosa ci resta tra le mani?”. Eppure qui con mani si intende proprio dire mani, la guerra nelle corsie degli ospedali è proprio guerra. Si tratta di nominare le cose, dare loro il nome giusto, concretizzarle. Lo sfondo di questa ultima sezione è Napoli, luogo reale e insieme punto di fuga del progetto-libro, una città in cui tra i quartieri residenziali si possono sentire anche “i palpiti dei basamenti”, si può pensare “ai rituali d’amore inascoltati/ nell’endometrio delle case”. Se è vero che in certi casi si può toccare l’essenza del libro e della poesia, Ibello ci dà questa possibilità, possibilità tangibile di una solitudine intensa, palpabile, quella in cui siamo spesso costretti.

 

 

 

Quando ci siamo guardati negli abissi

sapevamo che un giorno

avremmo pagato

il prezzo della luce che s’incunea

sotto la coltre muta delle acque.

Perché gli occhi sono

l’ultimo confine dell’esistere,

perché gli occhi resistono

alla pietà del respiro che stenta.

 

*

 

Anche tu la chiami morte

questa armata silenziosa senza lume?

Questa rete di spade

incrociate sopra i corpi,

l’antilope che si ritira tra i canneti.

La preghiera del giorno: siamo muti.

Tutto si separa per venire alla luce.

 

*

 

Ma dici guerra

e pensi pure

alla corsia di un ospedale

alla fatica di restare

in piedi al buio

al giorno che si schianta sopra ai vetri,

al freddo che s’inarca nelle reni.

 

 

 

Giovanni Ibello è nato a Napoli nel 1989. Laureato in giurisprudenza alla Federico II, lavora presso uno studio legale che si occupa di diritto civile. Ha pubblicato sul web poesie e approfondimenti critici sulla poesia contemporanea, facilmente reperibili sui principali lit-blog italiani. “Turbative siderali” è la sua opera prima.

 

 

 

 

Melania Panico

Cercava la risacca nelle pinete

Cercava la risacca nelle pinete
fiutava l’ombra di un ago sul fondale:
la terra rovesciata, il sudario fertile.
Conta fino a zero, le dissi
salta nell’arco cinerino.
E’ tutto calmo
qui è davvero tutto calmo,
il sole è una biglia di benzodiazepina.
C’è ancora un intreccio di gelsomini carbonizzati sulla pietra.
L’estate
una valanga d’aceto sopra i fiori.
Ma in questo valzer di occhi crociati
non dire una parola, non parlare.
Troveremo un altro modo per fare alta la vita.

Giovanni Ibello

Simone Cattaneo, la poesia dei giudizi sospesi ovvero di come addomesticare l’Idra

Due righe per Simone Cattaneo e qualche poesia

Words Social Forum

simonecattaneo

Questa è una poesia anti-sperimentale, necessaria e profetica… i toni caustici dell’autore rivelano un tormento, il dramma “dell’abitare il corpo”. Per Simone Cattaneo la bellezza si declina in una folgore, nel prodigio che sospende, ma non salva. Lo stupore di certe figure celesti addomestica l’Idra-vita ma non lo decapita, fungendo dunque da contraltare all’orrore dell’essere umano, alla recessione spontanea delle stagioni, degli “adorati ascoltati meno”. Fossero i benvenuti loro, scriveva Bellezza.  Ecco il canto dimenticato dei reietti, la subornazione di un testimone ostile. Buona lettura.

Giovanni Ibello

Da Nome e soprannome

Me ne stavo sdraiato sul pavimento del bagno
a cantare l’unica canzone in inglese
che conosco e a sputare cercando di colpire
un piccolo ragno sul muro,
quando la forma indecisa del mio braccio mi è parsa
simile alla bacchetta di un rabdomante che si piega
in prossimità di una qualsiasi sorgente d’acqua ormai prosciugata,
e allora ho deciso…

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Turbative siderali su Poetarum Silva (nota di lettura di Francesco Filia)

La prima raccolta di Giovanni Ibello – Turbative siderali, Terra d’ulivi 2017, con postfazione di Francesco Tomada – è un testo di grande impatto e di potente dettato, non usuale in un libro d’esordio. I versi di Ibello, che procedono spesso per illuminazione e accensioni visionarie,sembrano un giovanile testamento e, come tutti i testamenti precoci, ha momenti di abbandono ma anche punte acute di dramma e disastro, con gli occhi sbarrati nel tuorlo magmatico dell’alba e le spalle al muro in una tensione tragica e irredenta che attraversa la scena disegnata dai versi, mentre si sente il rombo assordante del silenzio che copre ogni cosa, l’agitarsi della vita colta nella sua dimensione di gettatezza, perché mai nessuno ci ha chiesto di essere vivi, e disperazione. In molte poesie è presente, però, anche la tensione spasmodica dell’amore che si manifesta attraverso la spietatezza della mente e dello sguardo che scorgono il reale e la pietà della parola che lo dice, ma soprattutto attraverso il dimenarsi dei corpi, il loro essere corruttibili, la parabola inesorabile che li attraversa, che li fa ritornare all’inorganico, allo stato previtale da cui ogni cosa proviene. I corpi ritornano cellule, ossa, polvere, l’esistenza ritorna da dove è venuta, i cadaveri ritornano feti in un gesto di ancestrale inermità e nudità. Tutto sembra essere sotto lo sguardo di divinità pagane che osservano implacabili l’eterno ripetersi del divenire nel suo ciclo di creazione e distruzione – simboleggiato dalle acque, presenti nei versi non nella loro dimensione sorgiva ma nel loro scorrere, nel loro scolare verso gli abissi – con uno sguardo che illumina tagliente la vita e la eleva a un attimo di attonita bellezza, ma che non la redime. La colpa di esser nati è irredimibile. Un sole mediterraneo accende ogni cosa e acceca i viventi e, dallo sfondo della scena, nell’ultima sezione del libro, emerge Napoli, città natale dell’autore, emblema ancestrale e perenne della condizione irredenta dei mortali.

Francesco Filia

***

Hai sognato lo scisma dei santi
il mistero della cernia ermafrodita.
Hai sognato
la vergine delle dune
e aceto per le antilopi erranti.
Quando ti vedo dormire
la notte profuma di arance.

(…)

È questo il destino dei corpi:
le amnesie lunari
la lesione tellurica del buio.
Mai nessuno
ci ha chiesto di essere vivi.

 

 

Di quello che sognavi veramente
non resta che un silenzio siderale
una lenta recessione delle stelle
in pozzanghere e filamenti d’oro,
il riverbero delle sirene accese
sui muri crepati delle case.
Così dormi, non vedi e manchi
il teatro spaziale delle ombre.
Il desiderio è l’ultimo discanto.
Ma quanti gatti si amano di notte
mentre l’acqua scanala nelle fogne.

 

 

Nei quartieri residenziali
i colombi sbucano dalle fogne
dalle cavità del tufo
dai tramezzi in cemento.
E mi piace pensare
al respiro dei cardini,
ai palpiti dei basamenti
ai rituali d’amore inascoltati
nell’endometrio delle case.

 

Quando tutto sarà finito
sarà il sonno a irrigidire gli occhi
ma prima della fine
c’è una retrospettiva lenta dell’infanzia
una campionatura degli amori.
Poi il respiro si risolve
in un orgasmo neuronale,
è come un’implosione
di pianeti nella mente
una turbativa siderale
del corpo che ritorna seme.

 

 

Perché dopo la morte
resta solo il nome
e un silenzio irrisolto
uno sfrigolio di corpo
che si decompone.
Ma le unghie sono spade lucenti
ancora troppo legate alla vita
brandite dalla mano che cede
all’ombra adunca dei tulipani.
Il prete si guadagna da vivere,
ma la bocca che pregava
non era pronta a baciare le tempie
e le mani strette sul petto
sono quelle del feto
che per istinto
si difende.

 

 

Flaashes e dediche, prof. Martella (UNIBO) su Turbative siderali

FLASHES E DEDICHE – 55- IBELLO TURBA ANCORA

giovanni-ibello

FLASHES E DEDICHE – 55- IBELLO TURBA ANCORA

Repetita juvant…torno ancora una volta sulle “Turbative siderali ” di Giovanni Ibello (Terre d’ulivi 2017) a mio avviso uno dei libri migliori di questo 2017 (e non solo), ospitando l’accurato intervento del Prof.Martella dell’università di Bologna. Buona lettura.

Mi appresto a leggere con una certa curiosità questo libro di Giovanni Ibello,  dal titolo che fa venire i brividi: “Turbative siderali”. Sono appena rientrato a casa a Pianoro da Bologna dove al Ritrovo di via Centotrecento ho assistito a una presentazione di varie sillogi di poesia, uscite di recente per i tipi di Terra D’ulivi. Nella vivace formula della reciproca presentazione a coppie (un autore discuteva l’altro), ho avuto modo di ascoltare ancora voci che conoscevo già, frammiste a voci nuove. Fra queste ultime, questo Giovanni Ibello, di soli 28 anni, mi ha molto incuriosito ed è poi stato così gentile da regalarmi una copia della sua prima raccolta di poesie. Credo che il mio fiuto non mi abbia tradito, dal primo verso, quasi un esergo lasciato cadere giù dal cielo a piè di una pagina bianca, come una meteora, come se prima ci fosse già stato un poema o un mondo tutto intero, ora scomparso: “la nudità è dei corpi, il resto è mistificazione.” (6) Apodittico, non c’è che dire. Quanto rischio si prende questo ragazzo, il rischio di un tonfo senza fine e di una stroncatura memorabile, ma basta sospendere il giudizio, voltare pagina e mettersi in ascolto: “di quello che sognavi veramente/ non resta che un silenzio siderale/ una lenta recessione delle stelle/ in pozzanghere e filamenti d’oro,/ il riverbero delle sirene accese/ sui muri crepati delle case.” Rimango inchiodato a leggere lo spartito di questa musica cosmica per voce di ragazzo e svariati strumenti.  Di filato arrivo a una magnifica eutanasia del perdono, un testamento scarno, sillabato della voce umana che si fa altro per assenza di tempo, in un trittico perfetto che scandisce l’esserci nella sua costitutiva, biologica, incolpevole vocazione alla morte:  “non scrivo di silenzio ma di vuoto… Preferisco celebrare/ questa lenta eutanasia/ con il corpo imperlato di sudore/ e gli occhi sgranati/ sopra un prato di stelle radioattive…. ma malgrado tutto il male ricevuto/ “io non ho paura”/ perché non c’è più tempo, non c’è tempo… Perché davvero/ non è questo il tempo/ di chiedere perdono.” (9-10)  Si avverte qui una singolare franchezza di tono, un’arroganza formale, quasi una sprezzatura nel condurre a termine volta a volta alcuni grandi generi del discorso letterario o musicale. Prima è stata la volta del Requiem, ora tocca alla lirica d’amore: “Basta canzoni d’amore… Hai sognato lo scisma dei santi/ il mistero della cernia ermafrodita.” (11) Che dire? Presto l’amore e la morte si incroceranno di nuovo: “io non sapevo intonare il Requiem dei morti/ il volto stremato di un uomo che ha perduto l’amore…la fame dei ratti, la pazienza dei ragni/ che filano trame greche nella gola/ che separa il cemento dalla rena.” (13)

Amore e morte vengono coniugati in diverse tonalità, ripetutamente, come nello sviluppo di una fuga musicale che presto tradisce la sua nota dominante, il disincanto sincero e spietato: “E’ questo il destino dei corpi:/ le amnesie lunari/ la lesione tellurica del buio. Mai nessuno/ ci ha chiesto di essere vivi.” (15)

Come nello Stabat Mater di Bach, ora il connubio di compassione e maestria del verso lascia trasparire una luce oltre il suono, “Perché gli occhi sono/ l’ultimo confine dell’esistere,/ perché gli occhi resistono/ la pietà del respiro che stenta.” (16) Morte terribile e leggiadra. Così continuo a leggere ma più ancora ad ascoltare. La franchezza del dire qui richiede infatti la scienza e la pazienza dell’ascolto. E così via, così via in una serie di variazioni sul ferreo nesso fra amore e morte, intonate da una voce fuori campo che sempre varia la propria distanza dall’umano fino alla tremenda, impersonale preghiera di un eretico che ci rende la polvere cosmica in forma di parole, e come dopo un Big Bang, ci offre la forma minima del silenzio, trasumanando: “Vieni/ sull’altare dei senza Dio,/ incontrerai uno stormo/ di libellule in amore.” (19) E poi stupendamente ancora la morte resa nell’intreccio delle sillabe, finché “il respiro si risolve/ in un orgasmo neuronale,/ è come un’implosione/ di pianeti nella mente/ una turbativa siderale/ del corpo che ritorna seme.” (20)

Si comprende allora anche il senso del titolo di questa prima sezione, “L’ultimo rantolo del sole.” Tanto basterebbe forse al lettore, ma inizia la seconda parte. Come nello sviluppo di una Fuga per Canonem, o meglio attraverso il canone poetico del Novecento.  E’ uno sviluppo a più voci o contrappunti del contrasto tematico iniziale tra amore e morte. Variazioni ai limiti tonali, che sfiorano il rumore e il silenzio, volta a volta: sono le “Turbative siderali” della II parte, appunto. Così dopo l’implosione cosmica, di nuovo sboccia “lo stupore della vita” benché racchiuso dentro il paradosso “che si viene alla luce/ con gli occhi serrati.” (23) A ribadire ancora il disincanto e la franchezza che costituiscono il connubio dominante, la cifra di questa poesia. Ne veicolano l’intenzione dissacrante del luogo comune, del partito preso della fede e del perdono, ma senza alcuna disperazione. Non mi soffermo altre perché si tratta appunto dello sviluppo di temi e di stilemi di già esposti e collaudati nella prima parte. Gli accordi già accennati ora sono ripresi e variati fino alla dissonanza. C’è da dire solo che si tratta di uno sviluppo in chiave minore, in questa fuga cosmica dove si avverte la fragilità della vita al suo stato embrionale, nell’umore di mandorle e di sperma, freschi nel mattino. E attraverso la fuga musicale si intravvede l’impeccabile trama biogenetica e astrofisica che regge il tutto, o almeno così crediamo che sia: 24 “c’è una meccanica della trasparenza/ un’equazione che si risolve/ in quei pochi respiri profondi/ che ti concedi quando tremano le mani.” O ancora “un diagramma di materia nuova/ riproduce fedelmente… il calco delle ossa/ la nomenclatura delle vene/ e un incavo d’ali nelle scapole.” L’abisso di suoni e immagini in cui si scioglie “Una memoria di cera/ sulle ascisse del sole.” (25)

C’è una maturità sorprendente in questa parola giovane e schietta, una consapevolezza poetica che riassume, nelle misure del verso, le stagioni della vita, nel “sapere che le pause/ valgono più quando si muore” (29) e che “la follia d’amore/ è un dio minore” (31) che deve cedere all’imperativo della fine. Anche questa seconda parte di sviluppo comunque si chiude, in perfetta simmetria con la prima, sulla nota della inconciliabilità del perdono con la franchezza della voce. E’ la sua cifra, una franchezza organica, tellurica, siderale che suona a distanza variabile dall’umano, a seconda dei casi, fino alla dissacrazione ironica, terra terra del topos dell’addio: “Sei andata via dopo avermi detto/ che l’unico silenzio che comprendo/ è l’attesa di un calcio di rigore.” Salace, esilarante sublime nota sul silenzio. Non giurerei che si tratti di un anticlimax, so solo che mi piacerebbe avere una tale lapide perché amo sia il calcio che il silenzio.

Quanto alle influenze, ai modelli alti europei, si può forse cogliere una eco della Terra Desolata di T.S. Eliot sia per il tema che per la babele derisoria delle lingue inscenata a pagina 37. E poi, chissà, Mandelstam per la tensione tra metafisica e nota elementare. O Dylan Thomas per l’insistenza onirica sulle radici intrecciate dell’amore e della morte, e per la musicalità che sa spostarsi ai limiti tonali. Fra i nostri, sicuramente Caproni per la franchezza di tono e la concisa musicalità del verso.

Per quanto riguarda la musica, penso al Bach dell’Arte della fuga o allo Shonberg sidereo di Verklärte Nacht, o al Nono della Fabbrica illuminata per l’infinita compassione che si avverte pur in assenza di perdono.

E come in ogni fuga musicale che si rispetti c’è una coda in cui soggetto e contro-soggetto, amore e morte si fondono insieme, l’ultima parte, la “scena madre” che consiste in una sorta di  ritorno a casa, una vertiginosa messa a fuoco della Terra, del nostro paese, di Napoli, coi suoi dettagli squallidi, come “il sedile sbrindellato di una Panda” dove “due uomini rollano erba” (44) farfugliando parole incomprensibili, o la scena dove un prete “adesca/ la sua madonna nera” (47) mentre “Il vulcano è il simulacro/ di un sacramento proibito.” (48) Dove infine si conclude questo crepuscolo degli idoli sub specie temporis nostri: “C’era l’immagine di Maradona/ sopra un muro di cemento…..Con una mano cercava la palla/ con l’altra stringeva nel pugno/ una radice di gramigna/ che sporgeva da una crepa,/ fino a quando una donna/ decise di estirparla/ con un gesto solo,/ risoluto che diceva:/ ‘l’amore perduto non ritorna’.”  (49)

Questo giovane è davvero un maestro della demistificazione ai vari gradi della catena dell’essere. E questo poemetto, perché di questo si tratta, così si chiude su una dissolvenza che fa pendant con l’inizio, l’esposizione del tema, come una coda onirica di una fuga polifonica: “e il fango e i piedi nudi dei fanciulli/ il mondo fuori, la terra dei fuochi/ l’aria cinerina/ non sarà che un parlare ozioso.” (51)

Seguendo l’analogia musicale, concludiamo che dopo la perentoria esposizione del tema ogni variazione è rimasta all’altezza della sua franca promessa. Alla fine della sua esperienza il lettore ha l’obbligo di rispondere con altrettanta franchezza: per quanto mi riguarda dico senza mezzi termini che siamo di fronte a un piccolo capolavoro.

 

Giuseppe Martella